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Le parole, a volte, giocano più dei bambini irrequieti.

Si nascondono e si svelano

in gruppi contrapposti di nemici e amici.

Le vedi giocare alla guerra,

con le armi fatte di plastica

e i cuori fatti di cuori.

Si puntano vicendevolmente il fuoco,

prospettando lotte di trincee assassine.

E quando l’una sembra prevalere,

l’altra, stizzosa, vuole rivendicare il suo dominio.

E’ sangue di rosso di verbi,

è taglio di lettere indesiderate.

La tua penna è il luogo del loro azzuffarsi.

Il tuo foglio, fazzoletto per leccare le ferite.

Neutrale, la tua intenzione da arbitro onesto

si lascia corrompere dall’onestà della verità:

l’inconscio prende posizione.

E si spara il cannone: date inizio agli scontri.

Marciano le convinzioni,

muovono dritte verso le più vere emozioni.

Lussuria è il vostro peccato capitale,

e, per questo male, questo

dovrà essere il vostro destino:

terra su terra

si sotterrano i fermenti che ribollono,

acqua sopra acqua

si spengono gli ardori che scintillano.

E’ troppo “si salvi chi può” per imporsi.

Troppo poco “sia tregua” per abbandonarsi.

Le parole giocano alla guerra

perché non hanno il regalo della libertà,

questo Natale.

Chi è libero non si sbrana col vicino

per sentirsi il migliore,

né tanto meno lega amicizia

con la parola “perdi!”.

Non di bronzo, non di argento,

il trofeo dell’essere libero,

ma di nulla, come il nulla dell’aria

che dà il mistero della vita.

Un oro da primo posto

essendo primo solo a se stesso

e, di nuovo, alla pari di chiunque altro.

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41. “Jolene”

19 dicembre 2011

Attendo, senza voglia di raggiungerlo,

l’istante in cui mi dirai “non ti voglio”.

Chi vuoi, tu, stanotte?

Maledizione alle belle labbra altrui,

sempre più sirene delle mie.

Maledizione ai loro richiami disonesti,

eco di un’antica speranza disattesa.

Marcisce un po’ il mio cuore

nel percepire l’avvicinamento alla mia data di scadenza.

Io vorrei sempre essere frutto

tra le foglie di un albero in fiore.

Vorrei essere un dolce non ancora spartito.

Vorrei essere un foglio bianco

tra le pagine del tuo libro di poesie,

o se possibile

una parola fresca d’inchiostro rosso.

Vorrei non maturare mai.

E mi lascio prendere dai timori d’addio

e dalle tue mani distanti,

e mi si secca la bocca dai troppi baci

o dalle parole non dette.

Squilibrata come sei solita essere,

cammini sulla linea gialla della banchina

noncurante del treno che sta per passare.

Vorresti essere all’aria aperta,

a respirare reciprocità

in parchi a forma di cuori,

ma sottoterra l’ossigeno scarseggia

e la felicità è rarefatta.

Non innamorarti del sole,

anch’esso un giorno esploderà

e cesserà di esistere.

Faresti meglio a tornare al bianco e nero

dell’assenza di colori,

perché solo non conoscendo puoi non amare.

E gli occhi chiari dell’ennesima Jolene della tua vita

non avrebbero più ragione d’essere.