amore cieco

Ciottoli in un fiume sono piccoli sassi

nei passi lenti o scontrosi delle acque.

Eppure metafore dell’amore trascinato,

dall’amore stesso trainato,

come mi insegnò allegorico il poeta cantautore.

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Arriva splendente di luna piena, questo 11 gennaio accorato.

Eri così pieno di cuore, quel giorno stesso in cui il tuo cuore si spense.

E il tuo ultimo battito deve essere stata una musica,

una poesia eterna di infinito addio.

Una traccia di te nell’oscurità dell’oblio,

una dimenticanza perenne dalla quale ti ha reso legittimamente indenne.

Leggo le note sublimi della tua speciale poesia,

le stesse note di cui certo si innamorò la tua malattia.

E fu per questo che te ne andasti lontano, via:

perché lei non poteva vivere senza la tua maestria.

Così ti sequestrò dalle quinte di questo mondo

e ti relegò su un palcoscenico verecondo,

vivente in dimensioni più grandiose

– tu chiamale a piacere paradisi o stanze sontuose.

Lì avrai da suonare il mandolino di un angelo

e la chitarra del Signore, che pregherà te di addolcire le sue ore.

E quando anche all’Onnipotente allevierai il malincuore,

allora anche sulla terra avrai taciuto un po’ di dolore,

emozionando la gente col tuo immortale soffio d’amore,

così delicatamente instillato nelle tue rime da verseggiatore.

Perché tu, nel fondo del fondo, non sei mai partito.

Perché tu, di cantare mai stanco, sei rinsavito,

da quando gli occhi umani vedevano i tuoi occhi di abissi toccare il fondo,

da quell’istante sei salito e trasalito nel profondo.

Nessuno sa come fai ad arrampicarti verso il basso,

a darci una spinta in su non guardando in alto,

ma dentro di te, in quel lungo pozzo che della tua anima contempla la forma,

come se togliendoti la vita la vedi subito che ritorna.

Dormiva il tuo cancro maledetto finché risvegliandosi

fermò il tuo petto, che ora rintocca nei campanili di stelle

come melodia di buone novelle.

Questa luce dal suono incantato, sfavillante quanto il tuo geniale creato,

eleverà gli spiriti dei tuoi innamorati e conforterà i disamori dei distaccati.

Pecco di scarsezza di giorni d’amore,

io che dell’amare te sono ancora all’albore,

ma la ricchezza di quanto ho scoperto

mi rende più ricca di momento in momento,

come se inaspettatamente ogni singolo strumento

si fosse fatto tutto d’un tratto concerto.

E mai mancherò d’esser grata al ragazzo

dagli occhi belli come i tuoi, lui, nunzio

di una meraviglia sconfinata, la quale lì lì mi ebbe come fulminata

e, senza quasi accorgermene, sulla tua via incamminata.

Una seduzione immediata fu quella che lui ebbe per te intermediata,

portavoce del tuo regno di buona malia,

messaggero della tua cantautorale fantasia.

E mentre Milano ricorda la neve, io ricordo te con questa lettera lieve,

che mai avrà la presunzione di aspirare

alla stessa tua assunzione alla Rosa dei beati cantori,

sui quali petali bianchi tu di gran lunga affiori.

Ogni tua canzone la tua immane grandezza decanta,

in ogni stagione, anche in quella dell’ossiacanta.

Ciao Fabrizio.