Confondiamo spesso l’eternità

con il momento instabile

in cui ci convinciamo di averla toccata.

Che senso ha avere paura di perderla?

Se fosse come dice di essere,

o perlomeno come noi la leggiamo,

essa ci colorerebbe di certezze.

Al contrario, la nostra mente

è annebbiata il più delle volte,

e gli occhi si scambiano di posto

e le labbra fanno lo stesso.

Troppo a lungo in un medesimo luogo

pare stancare anche i chiodi.

A chi non è mai capitato di calpestarne uno?

Arriva l’attimo in cui

non ne vogliono più sapere del quadro.

E’ più il tempo che sprechiamo a sperare

che quello che investiamo nel vivere.

Ha fatto bene l’uccellino nero a volare via

subito prima che la mia foto si scattasse.

Volevo turbare il suo canto con un click

e conservare quel bucolico incanto

nella memoria di un’immagine.

Ha fuggito l’attimo fuggente, lui,

il piccolo merlo del viale alberato,

insegnandomi che il fiore della vita

non va colto per essere ammirato,

ma lasciato crescere insieme a noi.

55. “Senza valigia”

12 giugno 2012

Quant’è strana questa felicità.

C’è per una cosa che non c’è,

ed è piena come se ci fosse.

Oggi amo l’amore per l’amore stesso,

e in questa meraviglia m’incanto

per quanto sia dannatamente romantica.

In ogni pensiero, in ogni azione, ad ogni intenzione.

Tu sei la sola presenza costante,

l’unica penna dall’infinito inchiostro,

la sola barca dall’infinito fluttuo.

Sei motore di ogni mio passo,

ragione sfrontata della mia audacia,

pazzia giustificata di ogni mia follia.

Colmo la distanza coi sogni notturni,

dove senza valigia ti vengo a trovare,

per raccogliere abbracci lunghi

come le strade che da Milano portano a Roma.

Di giorno ti compro regali,

a volte anche solo con la mente,

per baciarti da lontano.

E poi ti dedico lettere che capita

vadano perdute, se non in cassetti,

di certo nell’aria che raduna le mie parole.

Racconto di te agli artisti

riportandoti a me in presenza di tutti,

come se tu fossi lì ad ascoltare,

mentre la gente viene a sapere di te,

e tu che non ci sei, ci sei lo stesso.

Amare è come vivere una poesia,

solo che non viene impresso sulla carta,

ma sui cuori. E’ la poesia

che cessa di essere forma e diviene contenuto.

E’ la poesia che ha quattro occhi e quattro mani,

due bocche e un unico cuore.

E se passa un treno lo perdiamo volentieri

se non porta all’amato.

Se fuori c’è il sole è ancora buio

quando il nostro giorno è afflitto dalla notte.

Se sogni d’oro è invece ruggine

se lo svegliarsi è privo di lui.

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47. “Veli”

1 marzo 2012

La luna splende anche attraverso il lino bianco della tenda,

e io non posso che chiedermi

se dietro il velo di malinconia che mi offusca gli occhi

ci sia fonte di luce anche per me.

La cerco sovente negli occhi di ragazzo,

ma è un bagliore tanto dirompente che mi fonde il cuore.

Mi domando se esista sguardo non assassino.

Quello che lieve si posa sul volto con delicata insistenza.

Quello che si esprime senza pause

in un alfabeto dalle più alte combinazioni.

La ricerca è da considerarsi sospesa,

momentaneamente disillusa

da quel ramo d’albero che ora copre la visione.

Il moto della Terra ha spostato la Luna in un nascondiglio,

ed è forse così che per la mia scoraggiata felicità

si tratta solo di temporanea eclissi di Luna.

44. “Un assente”

26 gennaio 2012

Quanta poesia resta inascoltata, quante canzoni.

Le parole scritte a un destinatario disinteressato non fioriscono.

Qualunque sia la loro bellezza, esse restano spente.

Un foglio non è il giusto posto in cui pensarti.

Nemmeno uno spartito lo è.

Togliere le parole alla musica, e la musica al suono.

Vedere il vuoto per quello che è, non indorarlo di metafore.

Sedersi accanto a una sedia vuota, a un tavolo di coppie.

Ciao, come stai tu che non ci sei?

Dove sei? Dove sei? Non lo so, ma so dove mi puoi trovare.

Eccomi, nuda, in verità o per finzione,

in una fotografia o su un letto di pietre.

Sollevo la coperta della notte, e poi rispengo il sole.

Il letto è più caldo se non vedo la tua mancanza.

Non trovo differenza tra il non avere e l’avere avuto,

tra un orfano e un figlio di nessuno:

il presente rimane comunque un assente.

Sconosciuti che riconoscono nei tuo iride bagnato

un certo bagliore di tristezza inconsapevole,

e ti augurano un buon anno nuovo.

Vivere sapendo di morire, non è forse assurdo?

Ipotizzare l’eternità, solo nei film d’amore è concesso.

Ipotizzare la felicità, solo nell’amore è permesso.

Indiscreta nei pensieri, lascio le ombre essere le uniche forme

e non pretendo maggiore lucidità.

Vivi quello che non c’è perché prima o poi tornerà da te.

 

 

Pochi giorni a Natale e poche ore a domani.

Piazza della Scala s’illumina di freddo

e la neve colora le aiuole di bianco.

Mi piace questo posto.

Trovo che qui Milano dia il meglio di sé.

L’avvento veste di romantico gli alberi spogli

e le finestre di Palazzo Marino luccicano d’oro.

Abili pensieri hanno creato un gioco di ombre sul teatro,

e io mi fermo lì ad ammirare.

C’è un pianoforte in sottofondo,

ma non so bene da dove provenga.

Quest’aura magica mi risuona nella testa

e d’un tratto i miei occhi si incantano.

Sulla Scala vedo immagini in movimento,

grandi sagome di sogni non sopiti.

Io ho tanti sogni, quasi tutti irrealizzabili.

Li proietto davanti a me,

su quello schermo di lunga storia,

e mi godo lo spettacolo.

Come uno specchio, la Piazza si guarda

riflessa nella sua forma e nei suoi personaggi.

Un contorno di uomo spazza i ricordi di neve

sulle panche di pietra,

e fa sedere la sua donna.

Non vedo i tratti di quei volti,

ma riconosco i giochi delle loro mani:

lei in lui, come fosse il suo guanto.

La notte gelida e bianca si cala sempre più pesante

su quei due corpi disegnati insieme,

accerchiandoli ogni istante di più,

fino a comprimerli in una stretta bolla d’aria.

Vista da dove sono

– con la faccia fissa su quella tela bicromatica –

la scena è nitida.

I due amanti sembrano una decorazione stilizzata

su una pallina di Natale,

una raffigurazione evocativa di un episodio di una favola.

E mi stuzzica la voglia di sapere come continuerà…

Ma ecco che passa il Due,

col suo colore di candito.

I campanellini segnano a festa la fermata

e si sovrappongono alle note

di quel pianoforte in lontananza.

Torno alla realtà.

L’incantesimo svanisce senza che io abbia

ultimato il mio sogno.

Neanche in sogno riesco a sognare.

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41. “Jolene”

19 dicembre 2011

Attendo, senza voglia di raggiungerlo,

l’istante in cui mi dirai “non ti voglio”.

Chi vuoi, tu, stanotte?

Maledizione alle belle labbra altrui,

sempre più sirene delle mie.

Maledizione ai loro richiami disonesti,

eco di un’antica speranza disattesa.

Marcisce un po’ il mio cuore

nel percepire l’avvicinamento alla mia data di scadenza.

Io vorrei sempre essere frutto

tra le foglie di un albero in fiore.

Vorrei essere un dolce non ancora spartito.

Vorrei essere un foglio bianco

tra le pagine del tuo libro di poesie,

o se possibile

una parola fresca d’inchiostro rosso.

Vorrei non maturare mai.

E mi lascio prendere dai timori d’addio

e dalle tue mani distanti,

e mi si secca la bocca dai troppi baci

o dalle parole non dette.

Squilibrata come sei solita essere,

cammini sulla linea gialla della banchina

noncurante del treno che sta per passare.

Vorresti essere all’aria aperta,

a respirare reciprocità

in parchi a forma di cuori,

ma sottoterra l’ossigeno scarseggia

e la felicità è rarefatta.

Non innamorarti del sole,

anch’esso un giorno esploderà

e cesserà di esistere.

Faresti meglio a tornare al bianco e nero

dell’assenza di colori,

perché solo non conoscendo puoi non amare.

E gli occhi chiari dell’ennesima Jolene della tua vita

non avrebbero più ragione d’essere.

40

Il tuo cuore è una palla di sole,

e io strati di nuvole in lontananza,

sovrastati dalle sfumature della tua alba.

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Il mondo la notte ha sonno.

E’ per questo che ti lascia sola.

Sola a respirare ispirazione.

Sola a invocare liberazione.

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Stasera mi sento brutta. Priva di valore.

Sarà la solitudine, che di nero mi vestiva,

ad aver dipinto il mio specchio.

Non c’è specchio più assassino

dello specchio dei miei occhi.

Ne resto trafitta.

Vedo ciò che sento, che in questo momento

altro non è

che un grosso carico sulle spalle.

Sono pesante. Mi vedo in tutta la mia gravità.

Incedo a passi gravi sulle pietre del pavimento,

affondo una massa deforme nelle pieghe del divano.

Sono qui per cosa? Per guardare.

Gente felice e ignara della propria felicità.

Per contrasto mi misuro,

come una matita a grafite

su un pezzo di carta segnato.

Il loro colore è il nero del mio buio,

e io mi sento nuovamente brutta.

C’è qualcuno qui che mi vede bella?

Se c’è, parli.

Insultatemi pure, vomitandomi addosso

la verità.

Io non piangerò

perché avrò già capito.

Desisto dal farmi un nulla.

Desisto,

e tutto è davvero troppo.