Confondiamo spesso l’eternità

con il momento instabile

in cui ci convinciamo di averla toccata.

Che senso ha avere paura di perderla?

Se fosse come dice di essere,

o perlomeno come noi la leggiamo,

essa ci colorerebbe di certezze.

Al contrario, la nostra mente

è annebbiata il più delle volte,

e gli occhi si scambiano di posto

e le labbra fanno lo stesso.

Troppo a lungo in un medesimo luogo

pare stancare anche i chiodi.

A chi non è mai capitato di calpestarne uno?

Arriva l’attimo in cui

non ne vogliono più sapere del quadro.

E’ più il tempo che sprechiamo a sperare

che quello che investiamo nel vivere.

Ha fatto bene l’uccellino nero a volare via

subito prima che la mia foto si scattasse.

Volevo turbare il suo canto con un click

e conservare quel bucolico incanto

nella memoria di un’immagine.

Ha fuggito l’attimo fuggente, lui,

il piccolo merlo del viale alberato,

insegnandomi che il fiore della vita

non va colto per essere ammirato,

ma lasciato crescere insieme a noi.

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Volto la chiave nella serratura

e mi chiudo fuori.

Come la Signora dei Fiori in una canzone che amavo.

Lo spazio germoglia qui, dal pianerottolo al giardino,

dal portaombrelli al viale alberato.

E parto alla ricerca di una stazione.

E’ la mia meta, non un passaggio.

Una concatenazione di intenti, di fughe e ritorni.

Di ruote alle valigie, di prezzi troppo alti.

Mi siedo al binario più lontano,

se non lo conosci non lo troverai mai.

Mi sento più a casa così,

nell’incertezza del viaggio e nel degrado dei graffiti.

Nessun addio alle mie spalle,

tutti mi vogliono e nessuno mi fa restare.

Meglio ancorarmi qui, finché posso,

finché la marea di gente che mi reclama

non mi sommerga di insulti travestiti da amore materno.

Mistificare il disprezzo e spacciarlo per apprensione.

E’ troppo scontato partorire con dolore.

Almeno, qui, non devo niente a nessuno.

Almeno, qui, io non sono nessuno.

Vi è solo uno scopo: transitare.

E il banchiere e il barbone hanno qualcosa in comune.

Ho una borsa con pochi averi

e una foto che mi fa da specchio.

Ci sarà qualcuno a cui regalare il mio nome.

L’uomo degli annunci ha la stessa voce ovunque,

e il pensiero di quei numeri

e di quelle destinazioni dallo stesso tono

mi rassicurano e mi rincuorano.

Perché dove si sfreccia io voglio volare?

E’ tanto bello, qui…

Conto i passanti e conto di passare inosservata.

In fondo non ho nulla di speciale

e mi piace non essere riconosciuta.

Ma la città è piccola, e il mondo lo è di più,

e presto o tardi mi richiederanno di provare la mia esistenza.

I miei doveri, le mie scadenze.

Tutti i libri che ho preso in prestito.

Non fare un figlio se sopporti solo te stesso.

C’è sempre un orario del treno a scandire il tempo,

anche se il tempo materiale si è fermato

sul mio peso morto.

Almeno, qui, posso piangere senza chiudere la porta.

Almeno, qui, le mie lacrime si sanno confondere.

E vorrei chiamarti per sentire la tua voce,

ma non ho il diritto di rompere il tuo silenzio.

Così aspetto, e se non altro questo vuoto non mi offende.

Non essere mai al primo posto nell’animo di nessuno.

Poco importa,

senza un biglietto un treno vale l’altro.

E forse quel treno qualunque sono proprio io.