67. “Un suonatore”

5 dicembre 2012

67

Conosco un suonatore di musica

che quando ti guarda ti viene da morire

perché di solito dedica i suoi occhi alla libertà,

e quando sceglie il tuo viso

quale sua ciotola di pensieri

allora ti senti onorata

e vorresti raccoglierli dal fondo.

Non è fedele a nessuna e ama solo la gente.

Improvvisa ovunque e non solo canzoni.

Progetta il futuro non credendo al domani

e paga i conti di chi lo seguirà a baciare.

Ti loderà la luna, anche se è calante,

e si dimenticherà di voltarsi per salutarti

mentre vai verso il portone di casa.

Lui ha gusti che non finiranno mai di sorprenderti,

come quei quadri che vuole appendersi al muro:

un puntino al centro e il non colore tutt’intorno.

Tu ci potresti vedere il vuoto,

ma lui ci vede uno spazio da riempire.

Fiumi di birra gli inondano lo stomaco,

eppure avrà un sorriso gentile

per te che non camminerai diritta.

Rimarrai attonita per la sua profondità

e piangerai la superficialità dei suoi gesti per te.

Lui è magnanimo con tutti, a tutti regala qualcosa.

Ma non ti restituirà il favore

di avergli donato la tua giovane primavera.

La sua noncuranza non affliggerà la sua musica,

ribollente di dettagli acquistati all’ingrosso,

e i suoi occhiali neri

non ti schermeranno il cuore dalle ustioni.

Lui è uno che per un plettro si farà chilometri,

ma che non avrà tempo di cercarti su una mappa.

Mai fare programmi se il programma non è la casualità.

E se gli chiederai di ricordarsi di te

si dimenticherà chi sia stato a chiederglielo.

Conosco un suonatore di musica,

ma questo suonatore non mi conosce più.

 

Panna e fragola sa di te,

e profumo rosso della tua bocca

e delle mie gomme da masticare.

E siamo andati a vedere le stelle che non c’erano

sotto la luna piena galleggiante tra le nuvole,

e il cielo che ci carezza la fronte

sembra una mia maglietta nera,

trasparente qua e là.

E quello stesso bar sotto il mare

che ho comprato da leggere,

tu lo ami, e io non lo sapevo.

Ma ora lo so, e so che sei sincero.

E inconfondibile fragranza di basilico,

e un fiore delicatamente rosa

che mi hai messo tra i capelli.

E io che ti guardo sempre allo stesso modo.

Tanti anni se ne sono andati via

piano piano troppo in fretta,

e più il tempo scorre, più io non ti idealizzo più,

e più non ti vedo un dio, più ti amo e ti riamo

per l’uomo che sei:

un uomo accogliente i miei abbracci immaginari

e genuino a costo di ferire.

E che cosa stai cercando

mentre ti accovacci dalla mia parte

e guardi fuori e non mi chiedi di spostarmi?

La luna è coperta e non c’è,

ma c’è in ogni mia poesia

come tu sei in ogni mio respiro,

e, ora, amabilmente scomposto su di me.

E indovini titoli, e gli altri non immaginano neanche

che quella musica sia da parte mia.

E mi dici che ti metto soggezione

perché è una lingua a te sconosciuta,

e io, quando ti parlo in quella lingua,

la vedo bene la tua faccia.

Ma tu conosci il linguaggio della musica,

e il mio amore per te è polistrumentale.

E canticchi sempre,

buonanotte fiorellino che a terra sei caduto,

e il tuo cardigan a strisce blu che ti veste di cielo,

e il tuo giubbotto di jeans che non indossi da un anno.

E un anno è quanto ci ha separato.

E un tuo vecchio biglietto per Roma

comparso in quelle tasche,

e le mie confessioni timide di ricordi di te

in qualunque angolo della mia vita.

E mi raccontavi la morte di Jeff Buckley,

e io tacevo e non ti dicevo che già la conoscevo

perché amo come racconti le storie.

E sei appoggiato sul sedile

e oltrepassi le mie gambe loquaci

col tuo braccio dall’udito attento,

e quasi mi sento protetta dalla tua trappola.

Ingenuità nell’innocenza della mia speranza,

rassegnatasi a sussistere involontaria e invincibile.

Tutti mi prendono per irragionevole

e temo non abbiano torto:

ogni volta che ci sei, l’unica cosa possibile

è averti vicino.

47. “Veli”

1 marzo 2012

La luna splende anche attraverso il lino bianco della tenda,

e io non posso che chiedermi

se dietro il velo di malinconia che mi offusca gli occhi

ci sia fonte di luce anche per me.

La cerco sovente negli occhi di ragazzo,

ma è un bagliore tanto dirompente che mi fonde il cuore.

Mi domando se esista sguardo non assassino.

Quello che lieve si posa sul volto con delicata insistenza.

Quello che si esprime senza pause

in un alfabeto dalle più alte combinazioni.

La ricerca è da considerarsi sospesa,

momentaneamente disillusa

da quel ramo d’albero che ora copre la visione.

Il moto della Terra ha spostato la Luna in un nascondiglio,

ed è forse così che per la mia scoraggiata felicità

si tratta solo di temporanea eclissi di Luna.

40

Il tuo cuore è una palla di sole,

e io strati di nuvole in lontananza,

sovrastati dalle sfumature della tua alba.

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Ventisette ottobre.

Ore una e quattordici della notte:

è quanto segna lo schermo

di questo aggeggio insensibile,

sopra la fotografia

di un pomeriggio azzurro cielo,

scattata sdolcinatamente

in un momento di romanticismo nostalgico.

Quella luna del pomeriggio

riecheggia sogni

non ancora addormentati,

rintoccando scadenze

mai del tutto passate.

Ora che attendo di vivere il giorno

che mi ritroverò sulla testa

accanto al cuscino,

mi chiedo se quel giorno, tu,

ti ricorderai di me.