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Le parole, a volte, giocano più dei bambini irrequieti.

Si nascondono e si svelano

in gruppi contrapposti di nemici e amici.

Le vedi giocare alla guerra,

con le armi fatte di plastica

e i cuori fatti di cuori.

Si puntano vicendevolmente il fuoco,

prospettando lotte di trincee assassine.

E quando l’una sembra prevalere,

l’altra, stizzosa, vuole rivendicare il suo dominio.

E’ sangue di rosso di verbi,

è taglio di lettere indesiderate.

La tua penna è il luogo del loro azzuffarsi.

Il tuo foglio, fazzoletto per leccare le ferite.

Neutrale, la tua intenzione da arbitro onesto

si lascia corrompere dall’onestà della verità:

l’inconscio prende posizione.

E si spara il cannone: date inizio agli scontri.

Marciano le convinzioni,

muovono dritte verso le più vere emozioni.

Lussuria è il vostro peccato capitale,

e, per questo male, questo

dovrà essere il vostro destino:

terra su terra

si sotterrano i fermenti che ribollono,

acqua sopra acqua

si spengono gli ardori che scintillano.

E’ troppo “si salvi chi può” per imporsi.

Troppo poco “sia tregua” per abbandonarsi.

Le parole giocano alla guerra

perché non hanno il regalo della libertà,

questo Natale.

Chi è libero non si sbrana col vicino

per sentirsi il migliore,

né tanto meno lega amicizia

con la parola “perdi!”.

Non di bronzo, non di argento,

il trofeo dell’essere libero,

ma di nulla, come il nulla dell’aria

che dà il mistero della vita.

Un oro da primo posto

essendo primo solo a se stesso

e, di nuovo, alla pari di chiunque altro.

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67. “Un suonatore”

5 dicembre 2012

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Conosco un suonatore di musica

che quando ti guarda ti viene da morire

perché di solito dedica i suoi occhi alla libertà,

e quando sceglie il tuo viso

quale sua ciotola di pensieri

allora ti senti onorata

e vorresti raccoglierli dal fondo.

Non è fedele a nessuna e ama solo la gente.

Improvvisa ovunque e non solo canzoni.

Progetta il futuro non credendo al domani

e paga i conti di chi lo seguirà a baciare.

Ti loderà la luna, anche se è calante,

e si dimenticherà di voltarsi per salutarti

mentre vai verso il portone di casa.

Lui ha gusti che non finiranno mai di sorprenderti,

come quei quadri che vuole appendersi al muro:

un puntino al centro e il non colore tutt’intorno.

Tu ci potresti vedere il vuoto,

ma lui ci vede uno spazio da riempire.

Fiumi di birra gli inondano lo stomaco,

eppure avrà un sorriso gentile

per te che non camminerai diritta.

Rimarrai attonita per la sua profondità

e piangerai la superficialità dei suoi gesti per te.

Lui è magnanimo con tutti, a tutti regala qualcosa.

Ma non ti restituirà il favore

di avergli donato la tua giovane primavera.

La sua noncuranza non affliggerà la sua musica,

ribollente di dettagli acquistati all’ingrosso,

e i suoi occhiali neri

non ti schermeranno il cuore dalle ustioni.

Lui è uno che per un plettro si farà chilometri,

ma che non avrà tempo di cercarti su una mappa.

Mai fare programmi se il programma non è la casualità.

E se gli chiederai di ricordarsi di te

si dimenticherà chi sia stato a chiederglielo.

Conosco un suonatore di musica,

ma questo suonatore non mi conosce più.

 

Posso trovare un nascondiglio

dietro un drappo di pensieri.

Chiudermi fuori dal ripostiglio

dove i miei sogni sono appesi.

Diluire le mie voglie

con sostanze innocue.

Sostenere che gli oggetti

non abbiano anima.

Cambiare le parole

di qualsiasi canzone.

Cambiare l’aria

con qualsiasi finestra.

Posso celarmi nel carnevale

delle mie espressioni facciali.

Censurare un’unghia nuda

con smalto carminio.

Ripulire la polvere dalla polvere

e asciugare il bagnato

dalle acque marittime.

Posso fingere l’ignoranza

e non sapere cosa ignoro.

Mangiarmi le lacrime

aprendo la bocca a sorriso.

Occultare la malinconia

sotto la coperta plumbea

della notte, e rimboccarmi

come se queste mani

fossero quelle altrui.

Posso mettere a tacere

ogni flusso sonoro,

influendo così sul mancato silenzio,

e posso smorzare la rabbia

come un pugno di sabbia

tagliato dal vento.

Potrei escogitare mille espedienti

per mentire a me stessa.

Ma essendo io

la mittente e la destinataria

della bugia,

non riesco a negare

quanto ancora

tu mi manchi.

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49. “Non dormo”

25 marzo 2012

Che sonno, amore mio.

Sonno di dormire sul tuo ricordo di dolce caramello.

Sonno senza letto, né palpebre socchiuse;

sonno di sognarti in sogni astratti

dalla forma di nuvolette spumose e appetitose.

Panna leggera, monta su queste ali di glassa

e vola lontano fino a venirmi a trovare.

Possibile che non sai da chi farti accompagnare?

A me basta il tuo sorriso,

che si curva sulle linee del tuo viso

come una liquirizia a bastoncino.

Ho sonno, amore mio.

Sonno di dormire questa notte su di te

e dentro la tua memoria,

una pagina nella tua storia,

segnata dalla deliziosa volontà di vivere

nel mare di cioccolata calda appena sfornata,

insieme a un bicchiere e una cantata.

Coltivi ciliegie rosse delle tue labbra,

e speri di farne una fortuna.

Io sono come stella che ti guarda, e tu parli alla luna.

Cercami meglio, stammi addosso.

Io, più che amarti così tanto, purtroppo non posso.

47. “Veli”

1 marzo 2012

La luna splende anche attraverso il lino bianco della tenda,

e io non posso che chiedermi

se dietro il velo di malinconia che mi offusca gli occhi

ci sia fonte di luce anche per me.

La cerco sovente negli occhi di ragazzo,

ma è un bagliore tanto dirompente che mi fonde il cuore.

Mi domando se esista sguardo non assassino.

Quello che lieve si posa sul volto con delicata insistenza.

Quello che si esprime senza pause

in un alfabeto dalle più alte combinazioni.

La ricerca è da considerarsi sospesa,

momentaneamente disillusa

da quel ramo d’albero che ora copre la visione.

Il moto della Terra ha spostato la Luna in un nascondiglio,

ed è forse così che per la mia scoraggiata felicità

si tratta solo di temporanea eclissi di Luna.