68

Le parole, a volte, giocano più dei bambini irrequieti.

Si nascondono e si svelano

in gruppi contrapposti di nemici e amici.

Le vedi giocare alla guerra,

con le armi fatte di plastica

e i cuori fatti di cuori.

Si puntano vicendevolmente il fuoco,

prospettando lotte di trincee assassine.

E quando l’una sembra prevalere,

l’altra, stizzosa, vuole rivendicare il suo dominio.

E’ sangue di rosso di verbi,

è taglio di lettere indesiderate.

La tua penna è il luogo del loro azzuffarsi.

Il tuo foglio, fazzoletto per leccare le ferite.

Neutrale, la tua intenzione da arbitro onesto

si lascia corrompere dall’onestà della verità:

l’inconscio prende posizione.

E si spara il cannone: date inizio agli scontri.

Marciano le convinzioni,

muovono dritte verso le più vere emozioni.

Lussuria è il vostro peccato capitale,

e, per questo male, questo

dovrà essere il vostro destino:

terra su terra

si sotterrano i fermenti che ribollono,

acqua sopra acqua

si spengono gli ardori che scintillano.

E’ troppo “si salvi chi può” per imporsi.

Troppo poco “sia tregua” per abbandonarsi.

Le parole giocano alla guerra

perché non hanno il regalo della libertà,

questo Natale.

Chi è libero non si sbrana col vicino

per sentirsi il migliore,

né tanto meno lega amicizia

con la parola “perdi!”.

Non di bronzo, non di argento,

il trofeo dell’essere libero,

ma di nulla, come il nulla dell’aria

che dà il mistero della vita.

Un oro da primo posto

essendo primo solo a se stesso

e, di nuovo, alla pari di chiunque altro.

Leggi il seguito di questo post »

67. “Un suonatore”

5 dicembre 2012

67

Conosco un suonatore di musica

che quando ti guarda ti viene da morire

perché di solito dedica i suoi occhi alla libertà,

e quando sceglie il tuo viso

quale sua ciotola di pensieri

allora ti senti onorata

e vorresti raccoglierli dal fondo.

Non è fedele a nessuna e ama solo la gente.

Improvvisa ovunque e non solo canzoni.

Progetta il futuro non credendo al domani

e paga i conti di chi lo seguirà a baciare.

Ti loderà la luna, anche se è calante,

e si dimenticherà di voltarsi per salutarti

mentre vai verso il portone di casa.

Lui ha gusti che non finiranno mai di sorprenderti,

come quei quadri che vuole appendersi al muro:

un puntino al centro e il non colore tutt’intorno.

Tu ci potresti vedere il vuoto,

ma lui ci vede uno spazio da riempire.

Fiumi di birra gli inondano lo stomaco,

eppure avrà un sorriso gentile

per te che non camminerai diritta.

Rimarrai attonita per la sua profondità

e piangerai la superficialità dei suoi gesti per te.

Lui è magnanimo con tutti, a tutti regala qualcosa.

Ma non ti restituirà il favore

di avergli donato la tua giovane primavera.

La sua noncuranza non affliggerà la sua musica,

ribollente di dettagli acquistati all’ingrosso,

e i suoi occhiali neri

non ti schermeranno il cuore dalle ustioni.

Lui è uno che per un plettro si farà chilometri,

ma che non avrà tempo di cercarti su una mappa.

Mai fare programmi se il programma non è la casualità.

E se gli chiederai di ricordarsi di te

si dimenticherà chi sia stato a chiederglielo.

Conosco un suonatore di musica,

ma questo suonatore non mi conosce più.

 

Scosto le tende celesti di questa lunga nottata

e intravedo sfumature albeggianti di noi.

Il sole tiepido che scalda le ombre

dà luce all’oscurità che desideriamo ci occulti,

in un girovagare di parole e di strade intimidite.

Ogni curva sposta una lancetta

e ogni minuto in più

ci arrossisce del mattino incalzante.

Suadente come il canto di una sirena,

l’idea di fare l’amore con te è dolcemente insinuante.

Viaggio dietro di te.

Le mie mani si aggrappano al tuo sedile

poiché desiderano la tua schiena.

Percorro con gli occhi i paesaggi

che dalla tua nuca conducono al tuo collo

e immagino la geografia del tuo corpo

orientare i miei movimenti.

Non so esprimermi con la voce

perché la voce trema d’afflato poetico mancato.

Se solo ci fosse poesia…

Se ci fosse, ne perpetuerei l’esistenza in divenire

e, delicata, mi inebrierei della musica del tuo profumo

 – una trama di note che mi salgono alla testa,

suonando mute alle orecchie di chi non ascolta.

Sarà la bellezza

che suole passarmi accanto senza salutare

e l’insicurezza

che si contempla quotidianamente nel mio specchio

a creare questo mio prorompere di silenzio.

Così, malata di temporanea afonia,

faccio calare involontaria il sipario dell’aurora,

a disgiungere la nudità delle mie intenzioni

da un desistervi desolato.

Sappi, però, che non mancherò di sbirciare

al di là della tenda che cela il mio imbarazzo,

in attesa di poterlo finalmente sublimare

in un intenso e timoroso “ancora”.

 

 

 

 

60. “Penoso bouquet”

22 agosto 2012

Sono la damigella della sposa dell’uomo che amo.

Sono un pezzo di carne verso il macello umano.

Cammino sotto il sole del mattino,

diretta alla chiesa dove si farà il matrimonio.

Devo consegnare il bouquet alla donna in bianco,

prima che metta piede sul tappeto rosso.

A ogni mio passo maledico un momento,

dal secondo in cui ho taciuto di avere vissuto per te

al minuto in cui ho bevuto in un rum tutte le parole.

Conto per terra i mozziconi di sigarette e le gomme da masticare,

lo schifo dei piccioni e i ricordi andati a male.

Che cosa resta delle estati passate a sudare?

Di quella sera che stavamo quasi per scopare

e io ti fermai perché volevo fare l’amore.

Oggi il cielo è meno blu di come lo vuoi tu,

e questa fottuta umidità mi distrugge il trucco degli occhi.

Poco importa essere brutta davanti al prete,

tanto quello rappresenta un dio che tu non conosci.

E la cerimonia sulla spiaggia che sognavi? A quanto vedo,

 il mare dista più di un libro sull’ultimo scaffale

e la brezza è già pronta per farsi scordare.

Il tempo passa all’indietro

e il nastro sarà già stato tagliato

e i miei piedi iniziano a patire queste strade

e le mie mani ti vorrebbero solo spogliare.

“Se diventi notaio ti sposo”, mi avevi detto

davanti alla tua auto una notte di agosto,

forse notando nel mio sguardo un futuro diverso.

Sapevo allora di amare uno stronzo,

tanto quanto oggi di volerlo a ogni costo.

E quando mi parlavi dell’armonia?

Mi dicevi “non so spiegare, la capisci?”

e io annuivo in preda al dolore.

Mi gira la testa in questo girotondo di immagini,

e tra poco potrei svenire e stramazzare.

Il campanile lo vedo spuntare,

spero solo che stia zitto, non tollero il rumore.

Solo tu sai pronunciare il mio nome

e nella testa mi richiami cento volte

con apostrofi o accenti acuti.

Che diavolo ti ho lasciato fare?

Toccarmi tra le gambe e poi scappare.

Ed è ingiusto rincorrerti ora

che stai per promettere di non essere mio,

ma la giustizia non è un concetto che mi interessa troppo

e farei bene a non interessarmene affatto.

Questo mazzolino fresco e composto non è nel tuo stile,

ma forse la mia impronta lo rende più conforme.

Le mie dita gridano “una pattumiera!” mentre

altri petali perfetti sporcano la scalinata dell’entrata.

Sono arrivata.

Centomila fotogrammi

in questo mio personale album di nozze,

dai baci in via Roma ai santi di paese,

dalle chitarre appoggiate alle padelle accese,

dalle spese insieme alle cinture allentate,

dai ritornelli fischiati alle figure idiote.

Ti riconosco di spalle

mentre ficco la testa nella porta per sbirciare l’inferno.

E mentre io nei miei pensieri

scendo le scale dei giardini

per vederti per la prima volta,

lei sale quelle di pietra che conducono al corridoio della navata.

Non appena mi sfiora,

le passo scocciatamente i suoi fiori,

così anonimamente orribili.

59. “Un sorriso”

14 agosto 2012

Non è splendido il mio sorriso,

ma è splendido il ricordo che mi evoca.

Tu, che con parole elementari

lo elogi davanti ai presenti,

non curandoti ubriaco della loro presenza.

Io sento ancor più di te

l’alcol che mi canta nelle vene

e non ho respinto l’invito alle danze

di nessun bicchiere.

Brilla di attonita allegria, esplodo

in un commento stupito dell’accaduto

e ti urlo senza moderare gli strilli

che è la prima volta che…

Ma a portare a compimento la frase

subentri tu, mezzo curvo di fronte a me,

che sono totalmente incline a te.

“Che ti faccio un complimento”,

dici non sussurrando

con improvvisa fatalità.

Devi esserti allenato

a leggermi nel pensiero,

per esigenze di sconosciuti generi

o per allettare il tempo morto.

Non do altra spiegazione a questo oracolo.

Non approdo a conclusioni

nel tuo verbale oceano.

Davvero senza parole,

perché mi hai rubato le parole dalla bocca.

E con tutta onestà,

non so se rallegrarmi di questo furto

o se rimpiangere il contenuto

dell’amara refurtiva.

55. “Senza valigia”

12 giugno 2012

Quant’è strana questa felicità.

C’è per una cosa che non c’è,

ed è piena come se ci fosse.

Oggi amo l’amore per l’amore stesso,

e in questa meraviglia m’incanto

per quanto sia dannatamente romantica.

In ogni pensiero, in ogni azione, ad ogni intenzione.

Tu sei la sola presenza costante,

l’unica penna dall’infinito inchiostro,

la sola barca dall’infinito fluttuo.

Sei motore di ogni mio passo,

ragione sfrontata della mia audacia,

pazzia giustificata di ogni mia follia.

Colmo la distanza coi sogni notturni,

dove senza valigia ti vengo a trovare,

per raccogliere abbracci lunghi

come le strade che da Milano portano a Roma.

Di giorno ti compro regali,

a volte anche solo con la mente,

per baciarti da lontano.

E poi ti dedico lettere che capita

vadano perdute, se non in cassetti,

di certo nell’aria che raduna le mie parole.

Racconto di te agli artisti

riportandoti a me in presenza di tutti,

come se tu fossi lì ad ascoltare,

mentre la gente viene a sapere di te,

e tu che non ci sei, ci sei lo stesso.

Amare è come vivere una poesia,

solo che non viene impresso sulla carta,

ma sui cuori. E’ la poesia

che cessa di essere forma e diviene contenuto.

E’ la poesia che ha quattro occhi e quattro mani,

due bocche e un unico cuore.

E se passa un treno lo perdiamo volentieri

se non porta all’amato.

Se fuori c’è il sole è ancora buio

quando il nostro giorno è afflitto dalla notte.

Se sogni d’oro è invece ruggine

se lo svegliarsi è privo di lui.

Leggi il seguito di questo post »

Hai ragione, amore: non ti dico mai che ti amo.

Scrivere questa poesia è come tacere ancora,

è come urlare nei pensieri,

è come sincronizzare le movenze delle labbra

alle parole di una canzone.

Ti ho parlato nel silenzio:

ogni istante vuoto di voce pronunciava afono quelle parole.

Non te ne faccio una colpa se non le hai udite.

Prego però l’ignoto dio del tuo cuore

che tu le abbia vedute, quelle parole.

La bocca è codarda, ma lo sguardo è onesto.

Hai letto i miei occhi?

Li hai visti perdere il loro colore d’autunno

ed ereditare dalle lacrime

il rosso del fuoco che brucia il presente

e che ti riporta lontano da me?

Ogni sfumatura,

ogni fluttuazione delle palpebre,

ogni ciglia desta o trasognante

era spoglia dalla menzogna dell’ombra

in cui verteva il mio timido silenzio

e assolveva il compito comunicativo

di cui sono solite le parole dette.

Non contare quante volte te l’ho dichiarato;

conta piuttosto quante volte non te l’ho confessato.

È questo il numero di volte che l’ho ingoiato,

per intero, dalla prima all’ultima lettera,

senza che tu potessi percepirne l’esistenza.

Come scordare la tua prima volta…

Come scordare la mia unica.

Fare l’amore e dire “amore, ti amo”.

Togliermi il respiro

e lasciarmi sulla lingua

una sola frase di simmetria dei sentimenti:

anch’io, anch’io.

Udirti fu come riflettermi in te,

ma il maremoto interiore che mi si scatenò in corpo

mi paralizzò bocca e senno,

prosciugandomi di ogni risposta

degna della sua dichiarazione.

Eppure lo sento, sai,

e trasformo quelle parole

in gesti, sospiri, pietanze, poesie.

Tocchi, baci, spinte, fantasie.

Attese. Biglietti del treno.

“Tu mi fissi”, mi dicesti stupito una volta,

“quando non ti guardo, tu mi fissi”.

Ti fisso per imprimere su di te

l’astrazione delle parole pensate,

perché specchiandoti tu le possa leggere.

Ma hai ragione, amore.

Per quanto la tua voce abbia suoni celestiali,

dovrei e vorrei interrompere tale idillio

intervallando la tua tacita lettura dei miei messaggi in codice

con un sonoro intreccio di lettere.

È la paura insensata di tremare troppo

ad avermi cucito le labbra sino ad ora.

Leggi il seguito di questo post »

53. “No / Sì”

28 maggio 2012

Vado a letto.

No, non a dormire. No, non a fare l’amore.

Vado a letto e basta,

a seguire il ciclo naturale

della luce e del buio,

del pianto notturno e del mal di testa mattutino.

Prevedo un’alba senza sole,

e quando tu mi dirai che ciò è impossibile,

io ti dirò che un sole offuscato

è come una luna senza riflesso.

La presenza negata non è forse mancanza?

La vicinanza non consumata

non è forse distanza rimasta intatta?

Vorrei spezzare un oggetto per poi ricostruirlo,

provare a me stessa che i cocci e i puzzle

hanno vita comune.

Se il domani fosse umano

chissà che volto avrebbe.

Ho visto tante raffigurazioni di Dio,

eppure nessuna mi ha mai soddisfatto.

Sono più quelli amati che quelli che amano,

come si spiega questo?

Voglio in regalo un fiore,

ma disprezzo chi uccide.

Voglio un equilibrio,

ma salgo e scendo,

ingrasso e dimagrisco,

mangio e vomito.

Donami un tuo specchio

e lasciaci dentro la tua immagine.

Scrivimi una parola e inviamela per posta.

Una sola parola basta.

Cancella la linea gialla dal binario della stazione

e fischia solo l’arrivo.

Alla partenza è sufficiente non partire.

La lancetta dei secondi si velocizza,

la luna sorge vecchia, il tè si decolora, la valigia esplode.

Non capisco, è la terra che trema

o è il mio cuore che batte a sbattere il letto?

Stare per baciarti e non aver paura di morire,

arriva così in alto l’amore?

Sì.

Perciò sali, te ne prego.

Posso trovare un nascondiglio

dietro un drappo di pensieri.

Chiudermi fuori dal ripostiglio

dove i miei sogni sono appesi.

Diluire le mie voglie

con sostanze innocue.

Sostenere che gli oggetti

non abbiano anima.

Cambiare le parole

di qualsiasi canzone.

Cambiare l’aria

con qualsiasi finestra.

Posso celarmi nel carnevale

delle mie espressioni facciali.

Censurare un’unghia nuda

con smalto carminio.

Ripulire la polvere dalla polvere

e asciugare il bagnato

dalle acque marittime.

Posso fingere l’ignoranza

e non sapere cosa ignoro.

Mangiarmi le lacrime

aprendo la bocca a sorriso.

Occultare la malinconia

sotto la coperta plumbea

della notte, e rimboccarmi

come se queste mani

fossero quelle altrui.

Posso mettere a tacere

ogni flusso sonoro,

influendo così sul mancato silenzio,

e posso smorzare la rabbia

come un pugno di sabbia

tagliato dal vento.

Potrei escogitare mille espedienti

per mentire a me stessa.

Ma essendo io

la mittente e la destinataria

della bugia,

non riesco a negare

quanto ancora

tu mi manchi.

44. “Un assente”

26 gennaio 2012

Quanta poesia resta inascoltata, quante canzoni.

Le parole scritte a un destinatario disinteressato non fioriscono.

Qualunque sia la loro bellezza, esse restano spente.

Un foglio non è il giusto posto in cui pensarti.

Nemmeno uno spartito lo è.

Togliere le parole alla musica, e la musica al suono.

Vedere il vuoto per quello che è, non indorarlo di metafore.

Sedersi accanto a una sedia vuota, a un tavolo di coppie.

Ciao, come stai tu che non ci sei?

Dove sei? Dove sei? Non lo so, ma so dove mi puoi trovare.

Eccomi, nuda, in verità o per finzione,

in una fotografia o su un letto di pietre.

Sollevo la coperta della notte, e poi rispengo il sole.

Il letto è più caldo se non vedo la tua mancanza.

Non trovo differenza tra il non avere e l’avere avuto,

tra un orfano e un figlio di nessuno:

il presente rimane comunque un assente.

Sconosciuti che riconoscono nei tuo iride bagnato

un certo bagliore di tristezza inconsapevole,

e ti augurano un buon anno nuovo.

Vivere sapendo di morire, non è forse assurdo?

Ipotizzare l’eternità, solo nei film d’amore è concesso.

Ipotizzare la felicità, solo nell’amore è permesso.

Indiscreta nei pensieri, lascio le ombre essere le uniche forme

e non pretendo maggiore lucidità.

Vivi quello che non c’è perché prima o poi tornerà da te.

 

 

Pochi giorni a Natale e poche ore a domani.

Piazza della Scala s’illumina di freddo

e la neve colora le aiuole di bianco.

Mi piace questo posto.

Trovo che qui Milano dia il meglio di sé.

L’avvento veste di romantico gli alberi spogli

e le finestre di Palazzo Marino luccicano d’oro.

Abili pensieri hanno creato un gioco di ombre sul teatro,

e io mi fermo lì ad ammirare.

C’è un pianoforte in sottofondo,

ma non so bene da dove provenga.

Quest’aura magica mi risuona nella testa

e d’un tratto i miei occhi si incantano.

Sulla Scala vedo immagini in movimento,

grandi sagome di sogni non sopiti.

Io ho tanti sogni, quasi tutti irrealizzabili.

Li proietto davanti a me,

su quello schermo di lunga storia,

e mi godo lo spettacolo.

Come uno specchio, la Piazza si guarda

riflessa nella sua forma e nei suoi personaggi.

Un contorno di uomo spazza i ricordi di neve

sulle panche di pietra,

e fa sedere la sua donna.

Non vedo i tratti di quei volti,

ma riconosco i giochi delle loro mani:

lei in lui, come fosse il suo guanto.

La notte gelida e bianca si cala sempre più pesante

su quei due corpi disegnati insieme,

accerchiandoli ogni istante di più,

fino a comprimerli in una stretta bolla d’aria.

Vista da dove sono

– con la faccia fissa su quella tela bicromatica –

la scena è nitida.

I due amanti sembrano una decorazione stilizzata

su una pallina di Natale,

una raffigurazione evocativa di un episodio di una favola.

E mi stuzzica la voglia di sapere come continuerà…

Ma ecco che passa il Due,

col suo colore di candito.

I campanellini segnano a festa la fermata

e si sovrappongono alle note

di quel pianoforte in lontananza.

Torno alla realtà.

L’incantesimo svanisce senza che io abbia

ultimato il mio sogno.

Neanche in sogno riesco a sognare.

  Leggi il seguito di questo post »

41. “Jolene”

19 dicembre 2011

Attendo, senza voglia di raggiungerlo,

l’istante in cui mi dirai “non ti voglio”.

Chi vuoi, tu, stanotte?

Maledizione alle belle labbra altrui,

sempre più sirene delle mie.

Maledizione ai loro richiami disonesti,

eco di un’antica speranza disattesa.

Marcisce un po’ il mio cuore

nel percepire l’avvicinamento alla mia data di scadenza.

Io vorrei sempre essere frutto

tra le foglie di un albero in fiore.

Vorrei essere un dolce non ancora spartito.

Vorrei essere un foglio bianco

tra le pagine del tuo libro di poesie,

o se possibile

una parola fresca d’inchiostro rosso.

Vorrei non maturare mai.

E mi lascio prendere dai timori d’addio

e dalle tue mani distanti,

e mi si secca la bocca dai troppi baci

o dalle parole non dette.

Squilibrata come sei solita essere,

cammini sulla linea gialla della banchina

noncurante del treno che sta per passare.

Vorresti essere all’aria aperta,

a respirare reciprocità

in parchi a forma di cuori,

ma sottoterra l’ossigeno scarseggia

e la felicità è rarefatta.

Non innamorarti del sole,

anch’esso un giorno esploderà

e cesserà di esistere.

Faresti meglio a tornare al bianco e nero

dell’assenza di colori,

perché solo non conoscendo puoi non amare.

E gli occhi chiari dell’ennesima Jolene della tua vita

non avrebbero più ragione d’essere.

Ti scrivo.

Non mi leggerai mai,

ma ti voglio scrivere.

Notte su notte

scrivo lacrime sulle gote,

giorno dopo giorno

ritorno innamorata di ritorno.

Mi trovo sempre

a invocare una penna,

che l’inchiostro sappia ascoltare.

Detto immagini di sfogo

in parole di quadro

e narro storie di appassire

in rose da raccontare.

Fedele è il quaderno

che raccoglie i miei sussulti,

profumato di ricordi stagionali.

E arricchito,

di dettagli un po’ carnali,

di scandali ideali.

Da promesse non formali

in sorrisi particolari

a idee complementari

alle idee naturali

spazia il germe del divenire amore.

E non tardi

si accovaccia sul tappeto del dolore,

come una rima che va a caccia

senza ritegno né pudore

e si accontenta dello scontato

nell’indagine del creato

e dimora in luoghi comuni non marginali

piuttosto che in quelli surreali.

Allora il previsto

prende la forma della previsione,

il mai visto quella dell’aquilone

che sa nuotare tra le nuvole

nel mare del cielo,

e sa scegliere quando toccare terra

o quando librare in volo.

Non è del tutto libero,

ma almeno può incontrare

la sua fantasia.

Non come lo scontato

che non può scontare

la sua malattia.

38. “Bastardo”

30 novembre 2011

Bastardo. Mi hai fatto entrare in casa tua.

Mi hai fissato con quegli occhi pieni di sesso. A lungo.

Cosa volevi? Che fossi io a spogliare te?

Non ti bastava la mia presenza lì, sulla tua sedia?

La mia corta gonna chiamava le tue piccole mani.

Non la sentivi gridare?

Tu, intenditore di suoni. Tu, abile poeta della chitarra.

Possibile che fossi sordo? fermo?

Eri una statua dalla forma di uomo,

un sultano su quel divano di pelle.

Solo i nostri sguardi si sono toccati.

Incontrati a metà strada,

hanno fatto l’amore per un breve istante.

Poi ho deciso di voltarmi.

E non ti ho fatto più entrare.

 

Il mondo la notte ha sonno.

E’ per questo che ti lascia sola.

Sola a respirare ispirazione.

Sola a invocare liberazione.

Leggi il seguito di questo post »