Confondiamo spesso l’eternità

con il momento instabile

in cui ci convinciamo di averla toccata.

Che senso ha avere paura di perderla?

Se fosse come dice di essere,

o perlomeno come noi la leggiamo,

essa ci colorerebbe di certezze.

Al contrario, la nostra mente

è annebbiata il più delle volte,

e gli occhi si scambiano di posto

e le labbra fanno lo stesso.

Troppo a lungo in un medesimo luogo

pare stancare anche i chiodi.

A chi non è mai capitato di calpestarne uno?

Arriva l’attimo in cui

non ne vogliono più sapere del quadro.

E’ più il tempo che sprechiamo a sperare

che quello che investiamo nel vivere.

Ha fatto bene l’uccellino nero a volare via

subito prima che la mia foto si scattasse.

Volevo turbare il suo canto con un click

e conservare quel bucolico incanto

nella memoria di un’immagine.

Ha fuggito l’attimo fuggente, lui,

il piccolo merlo del viale alberato,

insegnandomi che il fiore della vita

non va colto per essere ammirato,

ma lasciato crescere insieme a noi.

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Scosto le tende celesti di questa lunga nottata

e intravedo sfumature albeggianti di noi.

Il sole tiepido che scalda le ombre

dà luce all’oscurità che desideriamo ci occulti,

in un girovagare di parole e di strade intimidite.

Ogni curva sposta una lancetta

e ogni minuto in più

ci arrossisce del mattino incalzante.

Suadente come il canto di una sirena,

l’idea di fare l’amore con te è dolcemente insinuante.

Viaggio dietro di te.

Le mie mani si aggrappano al tuo sedile

poiché desiderano la tua schiena.

Percorro con gli occhi i paesaggi

che dalla tua nuca conducono al tuo collo

e immagino la geografia del tuo corpo

orientare i miei movimenti.

Non so esprimermi con la voce

perché la voce trema d’afflato poetico mancato.

Se solo ci fosse poesia…

Se ci fosse, ne perpetuerei l’esistenza in divenire

e, delicata, mi inebrierei della musica del tuo profumo

 – una trama di note che mi salgono alla testa,

suonando mute alle orecchie di chi non ascolta.

Sarà la bellezza

che suole passarmi accanto senza salutare

e l’insicurezza

che si contempla quotidianamente nel mio specchio

a creare questo mio prorompere di silenzio.

Così, malata di temporanea afonia,

faccio calare involontaria il sipario dell’aurora,

a disgiungere la nudità delle mie intenzioni

da un desistervi desolato.

Sappi, però, che non mancherò di sbirciare

al di là della tenda che cela il mio imbarazzo,

in attesa di poterlo finalmente sublimare

in un intenso e timoroso “ancora”.

 

 

 

 

60. “Penoso bouquet”

22 agosto 2012

Sono la damigella della sposa dell’uomo che amo.

Sono un pezzo di carne verso il macello umano.

Cammino sotto il sole del mattino,

diretta alla chiesa dove si farà il matrimonio.

Devo consegnare il bouquet alla donna in bianco,

prima che metta piede sul tappeto rosso.

A ogni mio passo maledico un momento,

dal secondo in cui ho taciuto di avere vissuto per te

al minuto in cui ho bevuto in un rum tutte le parole.

Conto per terra i mozziconi di sigarette e le gomme da masticare,

lo schifo dei piccioni e i ricordi andati a male.

Che cosa resta delle estati passate a sudare?

Di quella sera che stavamo quasi per scopare

e io ti fermai perché volevo fare l’amore.

Oggi il cielo è meno blu di come lo vuoi tu,

e questa fottuta umidità mi distrugge il trucco degli occhi.

Poco importa essere brutta davanti al prete,

tanto quello rappresenta un dio che tu non conosci.

E la cerimonia sulla spiaggia che sognavi? A quanto vedo,

 il mare dista più di un libro sull’ultimo scaffale

e la brezza è già pronta per farsi scordare.

Il tempo passa all’indietro

e il nastro sarà già stato tagliato

e i miei piedi iniziano a patire queste strade

e le mie mani ti vorrebbero solo spogliare.

“Se diventi notaio ti sposo”, mi avevi detto

davanti alla tua auto una notte di agosto,

forse notando nel mio sguardo un futuro diverso.

Sapevo allora di amare uno stronzo,

tanto quanto oggi di volerlo a ogni costo.

E quando mi parlavi dell’armonia?

Mi dicevi “non so spiegare, la capisci?”

e io annuivo in preda al dolore.

Mi gira la testa in questo girotondo di immagini,

e tra poco potrei svenire e stramazzare.

Il campanile lo vedo spuntare,

spero solo che stia zitto, non tollero il rumore.

Solo tu sai pronunciare il mio nome

e nella testa mi richiami cento volte

con apostrofi o accenti acuti.

Che diavolo ti ho lasciato fare?

Toccarmi tra le gambe e poi scappare.

Ed è ingiusto rincorrerti ora

che stai per promettere di non essere mio,

ma la giustizia non è un concetto che mi interessa troppo

e farei bene a non interessarmene affatto.

Questo mazzolino fresco e composto non è nel tuo stile,

ma forse la mia impronta lo rende più conforme.

Le mie dita gridano “una pattumiera!” mentre

altri petali perfetti sporcano la scalinata dell’entrata.

Sono arrivata.

Centomila fotogrammi

in questo mio personale album di nozze,

dai baci in via Roma ai santi di paese,

dalle chitarre appoggiate alle padelle accese,

dalle spese insieme alle cinture allentate,

dai ritornelli fischiati alle figure idiote.

Ti riconosco di spalle

mentre ficco la testa nella porta per sbirciare l’inferno.

E mentre io nei miei pensieri

scendo le scale dei giardini

per vederti per la prima volta,

lei sale quelle di pietra che conducono al corridoio della navata.

Non appena mi sfiora,

le passo scocciatamente i suoi fiori,

così anonimamente orribili.

59. “Un sorriso”

14 agosto 2012

Non è splendido il mio sorriso,

ma è splendido il ricordo che mi evoca.

Tu, che con parole elementari

lo elogi davanti ai presenti,

non curandoti ubriaco della loro presenza.

Io sento ancor più di te

l’alcol che mi canta nelle vene

e non ho respinto l’invito alle danze

di nessun bicchiere.

Brilla di attonita allegria, esplodo

in un commento stupito dell’accaduto

e ti urlo senza moderare gli strilli

che è la prima volta che…

Ma a portare a compimento la frase

subentri tu, mezzo curvo di fronte a me,

che sono totalmente incline a te.

“Che ti faccio un complimento”,

dici non sussurrando

con improvvisa fatalità.

Devi esserti allenato

a leggermi nel pensiero,

per esigenze di sconosciuti generi

o per allettare il tempo morto.

Non do altra spiegazione a questo oracolo.

Non approdo a conclusioni

nel tuo verbale oceano.

Davvero senza parole,

perché mi hai rubato le parole dalla bocca.

E con tutta onestà,

non so se rallegrarmi di questo furto

o se rimpiangere il contenuto

dell’amara refurtiva.

Volto la chiave nella serratura

e mi chiudo fuori.

Come la Signora dei Fiori in una canzone che amavo.

Lo spazio germoglia qui, dal pianerottolo al giardino,

dal portaombrelli al viale alberato.

E parto alla ricerca di una stazione.

E’ la mia meta, non un passaggio.

Una concatenazione di intenti, di fughe e ritorni.

Di ruote alle valigie, di prezzi troppo alti.

Mi siedo al binario più lontano,

se non lo conosci non lo troverai mai.

Mi sento più a casa così,

nell’incertezza del viaggio e nel degrado dei graffiti.

Nessun addio alle mie spalle,

tutti mi vogliono e nessuno mi fa restare.

Meglio ancorarmi qui, finché posso,

finché la marea di gente che mi reclama

non mi sommerga di insulti travestiti da amore materno.

Mistificare il disprezzo e spacciarlo per apprensione.

E’ troppo scontato partorire con dolore.

Almeno, qui, non devo niente a nessuno.

Almeno, qui, io non sono nessuno.

Vi è solo uno scopo: transitare.

E il banchiere e il barbone hanno qualcosa in comune.

Ho una borsa con pochi averi

e una foto che mi fa da specchio.

Ci sarà qualcuno a cui regalare il mio nome.

L’uomo degli annunci ha la stessa voce ovunque,

e il pensiero di quei numeri

e di quelle destinazioni dallo stesso tono

mi rassicurano e mi rincuorano.

Perché dove si sfreccia io voglio volare?

E’ tanto bello, qui…

Conto i passanti e conto di passare inosservata.

In fondo non ho nulla di speciale

e mi piace non essere riconosciuta.

Ma la città è piccola, e il mondo lo è di più,

e presto o tardi mi richiederanno di provare la mia esistenza.

I miei doveri, le mie scadenze.

Tutti i libri che ho preso in prestito.

Non fare un figlio se sopporti solo te stesso.

C’è sempre un orario del treno a scandire il tempo,

anche se il tempo materiale si è fermato

sul mio peso morto.

Almeno, qui, posso piangere senza chiudere la porta.

Almeno, qui, le mie lacrime si sanno confondere.

E vorrei chiamarti per sentire la tua voce,

ma non ho il diritto di rompere il tuo silenzio.

Così aspetto, e se non altro questo vuoto non mi offende.

Non essere mai al primo posto nell’animo di nessuno.

Poco importa,

senza un biglietto un treno vale l’altro.

E forse quel treno qualunque sono proprio io.

53. “No / Sì”

28 maggio 2012

Vado a letto.

No, non a dormire. No, non a fare l’amore.

Vado a letto e basta,

a seguire il ciclo naturale

della luce e del buio,

del pianto notturno e del mal di testa mattutino.

Prevedo un’alba senza sole,

e quando tu mi dirai che ciò è impossibile,

io ti dirò che un sole offuscato

è come una luna senza riflesso.

La presenza negata non è forse mancanza?

La vicinanza non consumata

non è forse distanza rimasta intatta?

Vorrei spezzare un oggetto per poi ricostruirlo,

provare a me stessa che i cocci e i puzzle

hanno vita comune.

Se il domani fosse umano

chissà che volto avrebbe.

Ho visto tante raffigurazioni di Dio,

eppure nessuna mi ha mai soddisfatto.

Sono più quelli amati che quelli che amano,

come si spiega questo?

Voglio in regalo un fiore,

ma disprezzo chi uccide.

Voglio un equilibrio,

ma salgo e scendo,

ingrasso e dimagrisco,

mangio e vomito.

Donami un tuo specchio

e lasciaci dentro la tua immagine.

Scrivimi una parola e inviamela per posta.

Una sola parola basta.

Cancella la linea gialla dal binario della stazione

e fischia solo l’arrivo.

Alla partenza è sufficiente non partire.

La lancetta dei secondi si velocizza,

la luna sorge vecchia, il tè si decolora, la valigia esplode.

Non capisco, è la terra che trema

o è il mio cuore che batte a sbattere il letto?

Stare per baciarti e non aver paura di morire,

arriva così in alto l’amore?

Sì.

Perciò sali, te ne prego.

47. “Veli”

1 marzo 2012

La luna splende anche attraverso il lino bianco della tenda,

e io non posso che chiedermi

se dietro il velo di malinconia che mi offusca gli occhi

ci sia fonte di luce anche per me.

La cerco sovente negli occhi di ragazzo,

ma è un bagliore tanto dirompente che mi fonde il cuore.

Mi domando se esista sguardo non assassino.

Quello che lieve si posa sul volto con delicata insistenza.

Quello che si esprime senza pause

in un alfabeto dalle più alte combinazioni.

La ricerca è da considerarsi sospesa,

momentaneamente disillusa

da quel ramo d’albero che ora copre la visione.

Il moto della Terra ha spostato la Luna in un nascondiglio,

ed è forse così che per la mia scoraggiata felicità

si tratta solo di temporanea eclissi di Luna.

Ti scrivo.

Non mi leggerai mai,

ma ti voglio scrivere.

Notte su notte

scrivo lacrime sulle gote,

giorno dopo giorno

ritorno innamorata di ritorno.

Mi trovo sempre

a invocare una penna,

che l’inchiostro sappia ascoltare.

Detto immagini di sfogo

in parole di quadro

e narro storie di appassire

in rose da raccontare.

Fedele è il quaderno

che raccoglie i miei sussulti,

profumato di ricordi stagionali.

E arricchito,

di dettagli un po’ carnali,

di scandali ideali.

Da promesse non formali

in sorrisi particolari

a idee complementari

alle idee naturali

spazia il germe del divenire amore.

E non tardi

si accovaccia sul tappeto del dolore,

come una rima che va a caccia

senza ritegno né pudore

e si accontenta dello scontato

nell’indagine del creato

e dimora in luoghi comuni non marginali

piuttosto che in quelli surreali.

Allora il previsto

prende la forma della previsione,

il mai visto quella dell’aquilone

che sa nuotare tra le nuvole

nel mare del cielo,

e sa scegliere quando toccare terra

o quando librare in volo.

Non è del tutto libero,

ma almeno può incontrare

la sua fantasia.

Non come lo scontato

che non può scontare

la sua malattia.

Di nuovo. Qua.

A farmi tessere i fili del cervello dalle tue oscure idee.

A contemplare la poesia sperando che diventi luce.

Io non ci capisco più niente.

Mi sembra di capire troppo o di non capire affatto.

Ho paura, se penso di aver capito:

quanto ho capito non può essere per me.

No. E’ troppo.

Troppo incantevole per non essere un trucco.

Troppo infuso d’amore per non essere indifferenza.

Allora dimmi: sogno?

No perché io sogno sempre le tue mani,

le tue mani che suonano.

Non possono essere vere quelle dita…

ma perché mi toccano?

perché mi sfiorano la pelle mentre la pelle dorme?

I ricordi inventati dei tuoi tocchi

risuonano dentro di me, a suon di cuore.

Io li registro e li continuo a far suonare.

Sarà per questo che a volte sento il mio cuore

troppo alto e troppo forte per non poterlo ascoltare.

Sarà così, un richiamo d’attenzione

quando la musica parte senza averla fatta partire.

Dice: eccomi, vibro in te.

Scorro nelle tue vene portando parole nel tuo sangue.

Fluisco. Cerco una via, e altro non trovo

che un sentiero verso il cuore,

dove tutta l’anima confluisce

e, confluendo, trema.

Non temere questi brividi regolari e accelerati,

sono la scossa che ti fa ricordare di me.

Soffri in silenzio, lascia cantare

chi sa davvero farlo. Io, canterò per te.

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Buio, sonoro come quello di un cinema.

Odio il buio del cinema perché so che in quel buio

non ho nulla da trovare.

Se cerco una mano, non c’è nessuna mano da carezzare.

Se una spalla, nessuna spalla su cui poggiare.

Mi posso voltare, e voltandomi sognare,

ti potrei guardare senza sapere di immaginare.

E’ notte a tutte le ore in queste sale,

mentre uno schermo riflette luce da interpretare.

Lei è stella, tu sei firmamento,

lei è vera, tu sei solo un intento.

Perché le sue storie hanno corpi, forme di esseri umani,

le tue sono corti, come dall’oggi al domani.

E se intorno osservi la gente

ti avvedrai ancor più di quanto tu non hai niente,

se non una triste felicità per un uomo che non sarà mai qua,

per un amore che ti respingerà e che ti logorerà.

Voi, che d’essere amati avete il privilegio,

pensate mai di svelarne il sortilegio?

Perché se si tratta di magia, apprendista mi farei.

Se di trovare la via, bussola diventerei.

Non vantatevi di quanto avete conquistato,

di quanti baci avete dato.

Perché la vostra felicità

è il negativo della nostra tetra verità.

Cerco.

Cerco senza trovare.

Quel pomeriggio non fu di studio,

come doveva essere. Ma di poesia.

Eri bellissimo, quella sera,

e nel pomeriggio dopo io ti volevo invocare.

Così lo feci: seguii l’ispirazione

che la tua apparizione

mi aveva lasciato sulle labbra delle dita.

E scrissi.

Non avevo grandi parole con me,

non me le ero portate dietro;

ma cercai di dedicarti con tutta la mia dedizione

l’onesta devozione che si era insinuata in me.

In me, per te.

Pura la spinta inarrestabile

che mi lanciava verso le tue mete.

Travolgente l’insanabile desiderio

di pendere dalle tue labbra.

Così, in un gioco appagante di scambio di ruoli,

barattai il tuo culto con la mia preghiera,

offrendo con religiosa pietà

la mia anima appena consunta di neonato amore.

Scrissi della panchina da cui ammiravo il tuo splendore,

(e ancora non ti conoscevo).

Scrissi dei tuoi piedi, così musicali e garbati,

e della loro danza su se stessi e sulla mia ombra,

(e ancora non potevamo ballare insieme).

Scrissi delle ore e del loro volteggiare,

(e ancora eri per me attorno a mezzanotte).

Scrissi della prova che dovevamo affrontare,

(e ancora eri per la certezza

terreno incolto da raschiare).

Cantai della voce che la tua chitarra accompagnava,

(e ancora non ti avevo davvero sentito parlare).

Cantai dell’esplosione che mi implodeva dentro,

della nozione di improvviso sgomento.

Dell’altare di te divino, della tenerezza di te piccino.

Grazie ai ricordi incisi sulla memoria di un foglio

potrò toccare con mano i primordi del risveglio

di un cuore malato di non amore,

di un colore affetto da timido pallore.

Nella chiusa dell’ode,

un’onda (a vento) di accorata speranza

travolgeva le porte aperte di un finale senza fine.

Spalancava le imposte sui più verdi giardini

e collezionava, a sua insaputa, rosee previsioni

sull’avvenire di quello stesso paese,

residente nella mente

o esistente da sempre senza un indirizzo permanente.

Io la cerco, quella mia poesia, ma non la trovo.

Allora ispeziono dentro di me

e lì, sola, ti rivivo.

Arriva splendente di luna piena, questo 11 gennaio accorato.

Eri così pieno di cuore, quel giorno stesso in cui il tuo cuore si spense.

E il tuo ultimo battito deve essere stata una musica,

una poesia eterna di infinito addio.

Una traccia di te nell’oscurità dell’oblio,

una dimenticanza perenne dalla quale ti ha reso legittimamente indenne.

Leggo le note sublimi della tua speciale poesia,

le stesse note di cui certo si innamorò la tua malattia.

E fu per questo che te ne andasti lontano, via:

perché lei non poteva vivere senza la tua maestria.

Così ti sequestrò dalle quinte di questo mondo

e ti relegò su un palcoscenico verecondo,

vivente in dimensioni più grandiose

– tu chiamale a piacere paradisi o stanze sontuose.

Lì avrai da suonare il mandolino di un angelo

e la chitarra del Signore, che pregherà te di addolcire le sue ore.

E quando anche all’Onnipotente allevierai il malincuore,

allora anche sulla terra avrai taciuto un po’ di dolore,

emozionando la gente col tuo immortale soffio d’amore,

così delicatamente instillato nelle tue rime da verseggiatore.

Perché tu, nel fondo del fondo, non sei mai partito.

Perché tu, di cantare mai stanco, sei rinsavito,

da quando gli occhi umani vedevano i tuoi occhi di abissi toccare il fondo,

da quell’istante sei salito e trasalito nel profondo.

Nessuno sa come fai ad arrampicarti verso il basso,

a darci una spinta in su non guardando in alto,

ma dentro di te, in quel lungo pozzo che della tua anima contempla la forma,

come se togliendoti la vita la vedi subito che ritorna.

Dormiva il tuo cancro maledetto finché risvegliandosi

fermò il tuo petto, che ora rintocca nei campanili di stelle

come melodia di buone novelle.

Questa luce dal suono incantato, sfavillante quanto il tuo geniale creato,

eleverà gli spiriti dei tuoi innamorati e conforterà i disamori dei distaccati.

Pecco di scarsezza di giorni d’amore,

io che dell’amare te sono ancora all’albore,

ma la ricchezza di quanto ho scoperto

mi rende più ricca di momento in momento,

come se inaspettatamente ogni singolo strumento

si fosse fatto tutto d’un tratto concerto.

E mai mancherò d’esser grata al ragazzo

dagli occhi belli come i tuoi, lui, nunzio

di una meraviglia sconfinata, la quale lì lì mi ebbe come fulminata

e, senza quasi accorgermene, sulla tua via incamminata.

Una seduzione immediata fu quella che lui ebbe per te intermediata,

portavoce del tuo regno di buona malia,

messaggero della tua cantautorale fantasia.

E mentre Milano ricorda la neve, io ricordo te con questa lettera lieve,

che mai avrà la presunzione di aspirare

alla stessa tua assunzione alla Rosa dei beati cantori,

sui quali petali bianchi tu di gran lunga affiori.

Ogni tua canzone la tua immane grandezza decanta,

in ogni stagione, anche in quella dell’ossiacanta.

Ciao Fabrizio.