60. “Penoso bouquet”

22 agosto 2012

Sono la damigella della sposa dell’uomo che amo.

Sono un pezzo di carne verso il macello umano.

Cammino sotto il sole del mattino,

diretta alla chiesa dove si farà il matrimonio.

Devo consegnare il bouquet alla donna in bianco,

prima che metta piede sul tappeto rosso.

A ogni mio passo maledico un momento,

dal secondo in cui ho taciuto di avere vissuto per te

al minuto in cui ho bevuto in un rum tutte le parole.

Conto per terra i mozziconi di sigarette e le gomme da masticare,

lo schifo dei piccioni e i ricordi andati a male.

Che cosa resta delle estati passate a sudare?

Di quella sera che stavamo quasi per scopare

e io ti fermai perché volevo fare l’amore.

Oggi il cielo è meno blu di come lo vuoi tu,

e questa fottuta umidità mi distrugge il trucco degli occhi.

Poco importa essere brutta davanti al prete,

tanto quello rappresenta un dio che tu non conosci.

E la cerimonia sulla spiaggia che sognavi? A quanto vedo,

 il mare dista più di un libro sull’ultimo scaffale

e la brezza è già pronta per farsi scordare.

Il tempo passa all’indietro

e il nastro sarà già stato tagliato

e i miei piedi iniziano a patire queste strade

e le mie mani ti vorrebbero solo spogliare.

“Se diventi notaio ti sposo”, mi avevi detto

davanti alla tua auto una notte di agosto,

forse notando nel mio sguardo un futuro diverso.

Sapevo allora di amare uno stronzo,

tanto quanto oggi di volerlo a ogni costo.

E quando mi parlavi dell’armonia?

Mi dicevi “non so spiegare, la capisci?”

e io annuivo in preda al dolore.

Mi gira la testa in questo girotondo di immagini,

e tra poco potrei svenire e stramazzare.

Il campanile lo vedo spuntare,

spero solo che stia zitto, non tollero il rumore.

Solo tu sai pronunciare il mio nome

e nella testa mi richiami cento volte

con apostrofi o accenti acuti.

Che diavolo ti ho lasciato fare?

Toccarmi tra le gambe e poi scappare.

Ed è ingiusto rincorrerti ora

che stai per promettere di non essere mio,

ma la giustizia non è un concetto che mi interessa troppo

e farei bene a non interessarmene affatto.

Questo mazzolino fresco e composto non è nel tuo stile,

ma forse la mia impronta lo rende più conforme.

Le mie dita gridano “una pattumiera!” mentre

altri petali perfetti sporcano la scalinata dell’entrata.

Sono arrivata.

Centomila fotogrammi

in questo mio personale album di nozze,

dai baci in via Roma ai santi di paese,

dalle chitarre appoggiate alle padelle accese,

dalle spese insieme alle cinture allentate,

dai ritornelli fischiati alle figure idiote.

Ti riconosco di spalle

mentre ficco la testa nella porta per sbirciare l’inferno.

E mentre io nei miei pensieri

scendo le scale dei giardini

per vederti per la prima volta,

lei sale quelle di pietra che conducono al corridoio della navata.

Non appena mi sfiora,

le passo scocciatamente i suoi fiori,

così anonimamente orribili.

59. “Un sorriso”

14 agosto 2012

Non è splendido il mio sorriso,

ma è splendido il ricordo che mi evoca.

Tu, che con parole elementari

lo elogi davanti ai presenti,

non curandoti ubriaco della loro presenza.

Io sento ancor più di te

l’alcol che mi canta nelle vene

e non ho respinto l’invito alle danze

di nessun bicchiere.

Brilla di attonita allegria, esplodo

in un commento stupito dell’accaduto

e ti urlo senza moderare gli strilli

che è la prima volta che…

Ma a portare a compimento la frase

subentri tu, mezzo curvo di fronte a me,

che sono totalmente incline a te.

“Che ti faccio un complimento”,

dici non sussurrando

con improvvisa fatalità.

Devi esserti allenato

a leggermi nel pensiero,

per esigenze di sconosciuti generi

o per allettare il tempo morto.

Non do altra spiegazione a questo oracolo.

Non approdo a conclusioni

nel tuo verbale oceano.

Davvero senza parole,

perché mi hai rubato le parole dalla bocca.

E con tutta onestà,

non so se rallegrarmi di questo furto

o se rimpiangere il contenuto

dell’amara refurtiva.