Ti scrivo.

Non mi leggerai mai,

ma ti voglio scrivere.

Notte su notte

scrivo lacrime sulle gote,

giorno dopo giorno

ritorno innamorata di ritorno.

Mi trovo sempre

a invocare una penna,

che l’inchiostro sappia ascoltare.

Detto immagini di sfogo

in parole di quadro

e narro storie di appassire

in rose da raccontare.

Fedele è il quaderno

che raccoglie i miei sussulti,

profumato di ricordi stagionali.

E arricchito,

di dettagli un po’ carnali,

di scandali ideali.

Da promesse non formali

in sorrisi particolari

a idee complementari

alle idee naturali

spazia il germe del divenire amore.

E non tardi

si accovaccia sul tappeto del dolore,

come una rima che va a caccia

senza ritegno né pudore

e si accontenta dello scontato

nell’indagine del creato

e dimora in luoghi comuni non marginali

piuttosto che in quelli surreali.

Allora il previsto

prende la forma della previsione,

il mai visto quella dell’aquilone

che sa nuotare tra le nuvole

nel mare del cielo,

e sa scegliere quando toccare terra

o quando librare in volo.

Non è del tutto libero,

ma almeno può incontrare

la sua fantasia.

Non come lo scontato

che non può scontare

la sua malattia.

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38. “Bastardo”

30 novembre 2011

Bastardo. Mi hai fatto entrare in casa tua.

Mi hai fissato con quegli occhi pieni di sesso. A lungo.

Cosa volevi? Che fossi io a spogliare te?

Non ti bastava la mia presenza lì, sulla tua sedia?

La mia corta gonna chiamava le tue piccole mani.

Non la sentivi gridare?

Tu, intenditore di suoni. Tu, abile poeta della chitarra.

Possibile che fossi sordo? fermo?

Eri una statua dalla forma di uomo,

un sultano su quel divano di pelle.

Solo i nostri sguardi si sono toccati.

Incontrati a metà strada,

hanno fatto l’amore per un breve istante.

Poi ho deciso di voltarmi.

E non ti ho fatto più entrare.

 

Il mondo la notte ha sonno.

E’ per questo che ti lascia sola.

Sola a respirare ispirazione.

Sola a invocare liberazione.

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36. “Un po’ nuda”

20 novembre 2011

Gambe nere di autoreggenti e pelle scoperta,

sul pavimento gelido della mia stanza da letto.

Mi piace essere un po’ nuda mentre scrivo queste parole.

L’afflizione d’amore s’accascia su di me

come uomo che mi getta a terra,

e, piegata su me stessa, percepisco lieve il mio profumo.

Nella luce smorzata del lampione attraverso la tenda

intravedo nello specchio una figura discinta.

Ora mi sento meno sola.

Un tocco che non pare il mio si fa strada

dal reggiseno ai suoi segreti,

e nella presa morbida delle voluttuosità che m’appartengono

giurerei di essere qui insieme a te.

Prona o supina in base a dove ti sento

illudo l’aria di poterti incontrare,

ed essa, provata dalle mie menzogne,

punisce i miei sensi ricordandomi dell’inverno.

Ogni piastrella mi punge di freddo,

e i miei occhi vedono i miei stessi occhi riflessi.

Quella stretta che si aggrappa al mio petto

è calda come le tue mani da panettiere,

e io non mi voglio affatto coprire

perché coperta o vestaglia

sarebbe sipario di questo vivente mio sogno.

Non ti so dire di no poiché no non sussiste.

Cos’altro è un no se non

del tuo nome la prima e l’ultima lettera?

Sei tu la negazione, non io.

Io non faccio che accondiscendere all’illusione di te

e discendere con la mano sempre più dentro me.

Che cosa c’è nella misteriosa voglia di farsi attraversare dentro?

La mia anima è tra le mie gambe: io la sento mentre piange la tua assenza.

Sono lacrime dense, queste rimembranze di desiderio inappagato.

Sono pulsioni che mi bagnano di un mare fragoroso e agitato,

bianco nella schiuma dei fluttui contro l’approdo della costa.

Inappetenti di te mai, le mie sponde dischiuse si sentono vuote.

Ciascun labbro del mio corpo s’illude nella fantasia della tua consistenza

la quale innamora la pelle a tal punto da non saperne diniegare la bontà.

E’ così che mi accaldo, pur priva dell’opera del tuo martellante vizio,

tanto rigido e intransigente come voluttuosamente lo ricordo.

E’ bello essere mia. Tu non ti meriti la morbidezza vellutata dei mie seni.

Turgidi, i miei capezzoli vorrebbero sfamare la tua bocca dalla forma di chimera,

mentre raccogli con un dito le verità che stanno in fondo alla mia stanza segreta.

Nella tua mano immaginata c’è la mia malinconia.

Tengo gli occhi chiusi, al riparo dai tuoi e dalla loro indecente stereofonia.

Memoria e libido si confondono l’una nell’altra

ritrovandosi nelle azioni del mio tocco di donna.

Spingo forte fino alla sorgente, versando umori d’estasi fallace.

Batte. Batte come un cuore che nutre la vita e che ne vuole sempre più.

Arrossata per le carezze nel mio scivoloso palmo consacrate,

l’anarchia del mio ventre si fa trasudante

e, digiuna di te, compensa la tua miserabile distanza

col nettare caldo delle sue cosce languide e disadorne.