Hai ragione, amore: non ti dico mai che ti amo.

Scrivere questa poesia è come tacere ancora,

è come urlare nei pensieri,

è come sincronizzare le movenze delle labbra

alle parole di una canzone.

Ti ho parlato nel silenzio:

ogni istante vuoto di voce pronunciava afono quelle parole.

Non te ne faccio una colpa se non le hai udite.

Prego però l’ignoto dio del tuo cuore

che tu le abbia vedute, quelle parole.

La bocca è codarda, ma lo sguardo è onesto.

Hai letto i miei occhi?

Li hai visti perdere il loro colore d’autunno

ed ereditare dalle lacrime

il rosso del fuoco che brucia il presente

e che ti riporta lontano da me?

Ogni sfumatura,

ogni fluttuazione delle palpebre,

ogni ciglia desta o trasognante

era spoglia dalla menzogna dell’ombra

in cui verteva il mio timido silenzio

e assolveva il compito comunicativo

di cui sono solite le parole dette.

Non contare quante volte te l’ho dichiarato;

conta piuttosto quante volte non te l’ho confessato.

È questo il numero di volte che l’ho ingoiato,

per intero, dalla prima all’ultima lettera,

senza che tu potessi percepirne l’esistenza.

Come scordare la tua prima volta…

Come scordare la mia unica.

Fare l’amore e dire “amore, ti amo”.

Togliermi il respiro

e lasciarmi sulla lingua

una sola frase di simmetria dei sentimenti:

anch’io, anch’io.

Udirti fu come riflettermi in te,

ma il maremoto interiore che mi si scatenò in corpo

mi paralizzò bocca e senno,

prosciugandomi di ogni risposta

degna della sua dichiarazione.

Eppure lo sento, sai,

e trasformo quelle parole

in gesti, sospiri, pietanze, poesie.

Tocchi, baci, spinte, fantasie.

Attese. Biglietti del treno.

“Tu mi fissi”, mi dicesti stupito una volta,

“quando non ti guardo, tu mi fissi”.

Ti fisso per imprimere su di te

l’astrazione delle parole pensate,

perché specchiandoti tu le possa leggere.

Ma hai ragione, amore.

Per quanto la tua voce abbia suoni celestiali,

dovrei e vorrei interrompere tale idillio

intervallando la tua tacita lettura dei miei messaggi in codice

con un sonoro intreccio di lettere.

È la paura insensata di tremare troppo

ad avermi cucito le labbra sino ad ora.

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La bellezza mi è sfrecciata accanto

 mille volte senza salutare.

Vivo nel mondo dell’immagine

ma vorrei vivere in quello del suono,

dove gli occhi chiusi non destano paura.

Parlo per mancanza, penso per privazione,

 lo so. Le mie sono solo le parole egoiste

di chi non è capace di eguagliare

la meraviglia del mondo.

Vedere come vengo male in fotografia

mi ricorda di come vengo male

nella vita reale – non c’è luce

o buio che tengano.

Oggi sei quello che l’occhio vede,

e guardare la mia immagine

mi mette sempre tristezza.

C’è qualcosa che posso fare per me?

Solo scrivere versi sciolti

sedendo accanto a un cappottino rosso

di quando ero bambina.

Già allora strappavo le pagine

delle riviste di moda

per deturparle dalla loro patinata

perfezione, quasi desiderosa di condividere

con esse il mio sentirmi a pezzi.

Davvero eccello in bruttezza?

Secondo queste pagine

molto probabilmente sì.