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Le parole, a volte, giocano più dei bambini irrequieti.

Si nascondono e si svelano

in gruppi contrapposti di nemici e amici.

Le vedi giocare alla guerra,

con le armi fatte di plastica

e i cuori fatti di cuori.

Si puntano vicendevolmente il fuoco,

prospettando lotte di trincee assassine.

E quando l’una sembra prevalere,

l’altra, stizzosa, vuole rivendicare il suo dominio.

E’ sangue di rosso di verbi,

è taglio di lettere indesiderate.

La tua penna è il luogo del loro azzuffarsi.

Il tuo foglio, fazzoletto per leccare le ferite.

Neutrale, la tua intenzione da arbitro onesto

si lascia corrompere dall’onestà della verità:

l’inconscio prende posizione.

E si spara il cannone: date inizio agli scontri.

Marciano le convinzioni,

muovono dritte verso le più vere emozioni.

Lussuria è il vostro peccato capitale,

e, per questo male, questo

dovrà essere il vostro destino:

terra su terra

si sotterrano i fermenti che ribollono,

acqua sopra acqua

si spengono gli ardori che scintillano.

E’ troppo “si salvi chi può” per imporsi.

Troppo poco “sia tregua” per abbandonarsi.

Le parole giocano alla guerra

perché non hanno il regalo della libertà,

questo Natale.

Chi è libero non si sbrana col vicino

per sentirsi il migliore,

né tanto meno lega amicizia

con la parola “perdi!”.

Non di bronzo, non di argento,

il trofeo dell’essere libero,

ma di nulla, come il nulla dell’aria

che dà il mistero della vita.

Un oro da primo posto

essendo primo solo a se stesso

e, di nuovo, alla pari di chiunque altro.

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60. “Penoso bouquet”

22 agosto 2012

Sono la damigella della sposa dell’uomo che amo.

Sono un pezzo di carne verso il macello umano.

Cammino sotto il sole del mattino,

diretta alla chiesa dove si farà il matrimonio.

Devo consegnare il bouquet alla donna in bianco,

prima che metta piede sul tappeto rosso.

A ogni mio passo maledico un momento,

dal secondo in cui ho taciuto di avere vissuto per te

al minuto in cui ho bevuto in un rum tutte le parole.

Conto per terra i mozziconi di sigarette e le gomme da masticare,

lo schifo dei piccioni e i ricordi andati a male.

Che cosa resta delle estati passate a sudare?

Di quella sera che stavamo quasi per scopare

e io ti fermai perché volevo fare l’amore.

Oggi il cielo è meno blu di come lo vuoi tu,

e questa fottuta umidità mi distrugge il trucco degli occhi.

Poco importa essere brutta davanti al prete,

tanto quello rappresenta un dio che tu non conosci.

E la cerimonia sulla spiaggia che sognavi? A quanto vedo,

 il mare dista più di un libro sull’ultimo scaffale

e la brezza è già pronta per farsi scordare.

Il tempo passa all’indietro

e il nastro sarà già stato tagliato

e i miei piedi iniziano a patire queste strade

e le mie mani ti vorrebbero solo spogliare.

“Se diventi notaio ti sposo”, mi avevi detto

davanti alla tua auto una notte di agosto,

forse notando nel mio sguardo un futuro diverso.

Sapevo allora di amare uno stronzo,

tanto quanto oggi di volerlo a ogni costo.

E quando mi parlavi dell’armonia?

Mi dicevi “non so spiegare, la capisci?”

e io annuivo in preda al dolore.

Mi gira la testa in questo girotondo di immagini,

e tra poco potrei svenire e stramazzare.

Il campanile lo vedo spuntare,

spero solo che stia zitto, non tollero il rumore.

Solo tu sai pronunciare il mio nome

e nella testa mi richiami cento volte

con apostrofi o accenti acuti.

Che diavolo ti ho lasciato fare?

Toccarmi tra le gambe e poi scappare.

Ed è ingiusto rincorrerti ora

che stai per promettere di non essere mio,

ma la giustizia non è un concetto che mi interessa troppo

e farei bene a non interessarmene affatto.

Questo mazzolino fresco e composto non è nel tuo stile,

ma forse la mia impronta lo rende più conforme.

Le mie dita gridano “una pattumiera!” mentre

altri petali perfetti sporcano la scalinata dell’entrata.

Sono arrivata.

Centomila fotogrammi

in questo mio personale album di nozze,

dai baci in via Roma ai santi di paese,

dalle chitarre appoggiate alle padelle accese,

dalle spese insieme alle cinture allentate,

dai ritornelli fischiati alle figure idiote.

Ti riconosco di spalle

mentre ficco la testa nella porta per sbirciare l’inferno.

E mentre io nei miei pensieri

scendo le scale dei giardini

per vederti per la prima volta,

lei sale quelle di pietra che conducono al corridoio della navata.

Non appena mi sfiora,

le passo scocciatamente i suoi fiori,

così anonimamente orribili.

38. “Bastardo”

30 novembre 2011

Bastardo. Mi hai fatto entrare in casa tua.

Mi hai fissato con quegli occhi pieni di sesso. A lungo.

Cosa volevi? Che fossi io a spogliare te?

Non ti bastava la mia presenza lì, sulla tua sedia?

La mia corta gonna chiamava le tue piccole mani.

Non la sentivi gridare?

Tu, intenditore di suoni. Tu, abile poeta della chitarra.

Possibile che fossi sordo? fermo?

Eri una statua dalla forma di uomo,

un sultano su quel divano di pelle.

Solo i nostri sguardi si sono toccati.

Incontrati a metà strada,

hanno fatto l’amore per un breve istante.

Poi ho deciso di voltarmi.

E non ti ho fatto più entrare.

 

Non dovrei stare qui a scrivere ancora di te,

nel buio di questa notte, alla luce dei miei ricordi.

Rievocarti è un male, e io non dovrei starti a pensare.

Infatti non ti penso, ma sento la tua voce,

e quell’indelebile profumo di musica sulla pelle.

Non voglio più considerare un tuo ritorno,

né adornarti con ogni mio gesto.

Le piogge di sorprese con cui ti bagnavo

ti hanno prosciugato la gentilezza,

perciò tornerò a splendere fino a bruciarti,

se questo mi servirà a cambiare.

Addio, allora, ispirazione di te,

addio, a mai più rivederci,

se non sotto spoglie differenti,

diffidenti da chi vorrà vedere

altro mio amore per te.

Forse un giorno sarò così pazza

dal farti leggere tutte le parole,

quelle mie che ha scritto il cuore,

nell’anno che ho trascinato avanti

senza vivere né morire.

Ma nel frattempo provo a smettere con te,

che sei la mia dipendenza alla nicotina.

Un bicchiere di rum andato a male.

Un pezzo di vetro non raccolto.

Salto dall’altra parte:

provo a non tagliarmi.

Strani modi di comunicare, i nostri.

Sarà che tu non hai molto da dirmi,

quando io invece ho voglia di svelarmi.

Saranno le liquirizie, le distanze e le delizie

a ispirarci questi giochetti sottili di tiro al bersaglio,

con messaggi in codice dalle sembianze di consiglio.

Le nostre dichiarazioni, sotto forma di canzoni,

sono quanto di più sensuale io conosca,

perché così sensualmente si insinuano nella mia mente

ronzandoci dentro a mo’ di mosca.

E a ogni ascolto di una tua canzone

rimando a te quell’emozione,

sintonizzandomi col mio pensiero

sulle frequenze del tuo, finché il testo

che in esso proietto diventa anche suo.

Deciframi i tuoi segreti quali due amanti lieti

che si ritrovano nello stesso letto

e con un solo cuore nel petto.

Decodifica il mio amore come un giorno di ventiquattrore;

lo so che sembra strano, ma non lasciare che ti ami invano.

Rinvieni la chiave che volta la serratura

e, una volta trovata, entrami con cura.

Fa’ passi lenti, ma non temendo la paura,

tieni i lumi spenti che fa già luce la fessura.

Angusto è lo spiraglio dal quale mi vedrai,

come a dirti che non dovresti smettere di sognarmi, mai.

Sebbene le parole abbiano spesso una veste felice,

capita a volte che si comportino da attrice:

ammalia e seduce mostrandosi vogliosa

per poi scoprirsi e non trovare più la sposa.

In quei momenti maledico allora i nostri giochetti,

così afflitti dai tuoi mai e dai furbi dispetti.

Sei scaltro ad allontanarmi con le parole,

ma non abbastanza uomo da farlo alla luce del sole.

Non penso si ricordi di te.

Sai, a dire il vero si è già scordato.

Perché è facile dimenticare l’amore

che è troppo amore

o un bacio che è troppo baciato.

Meglio la mediocrità manifesta delle pianure,

che le montagne a confronto vivono troppo in alto.

Si perdono nelle tue insonnie

i sogni che non hanno tetto;

piovono giù per le scale

fino a toccare terra

ed essere calpestati dalla polvere,

irrespirabile e irreprensibile.

Sputa la verità che trattieni in gola

come sigillo di una bugia

più grande del tuo stomaco malandato.

E c’è Debussy che per caso ti fa compagnia

nella notte che è quasi mattina

e sopra divani che sono quasi spiagge,

per te che tutto si collega a una canzone.

L’unica luce è un artificio di falsità,

il sonno un’astratta entità,

il tempo un pendolo che non va.

Senza contrasto e senza ritegno

il dolore ha la faccia di un insonne:

bianca e spenta lucidità

che meno dorme e meno sa

distinguere l’inganno dalla realtà.

E si ammira con fedeltà

sul riflesso sommesso della sua sedentarietà,

dimora di ovvietà

che finora e fino a sempre

abiterà.

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“Tu non c’eri”.

No. Non dirmi così.

Negando la mia presenza al tuo richiamarmi

non fai che esaltare la pienezza

della mia mancanza di addio.

Io c’ero. Io ci sono stata.

Tu, ci sei quando non ti trovi.

Tu, vai via se non ti perdi.

Chiamo le oscillazioni coi loro nomi d’arte

e ti regalo in dono un’altalena.

Giochi. Ti piace giocare.

Su e giù, come acqua che hai ingoiato

e che non vuoi digerire.

Respiri al contrario.

Vomiti sentenze in singhiozzi soffocanti

e affatichi la voce strozzandoti coi lamenti.

Vuoi scoprire il tesoro?

Cercalo.

Se si fa trovare da solo, e tu guardi altrove,

è lo stesso nascosto.

Vuoi conoscere la verità?

Ascoltala.

Se la invochi, e parli sulle sue parole,

non avrà lo stesso una bocca.

Voglio capire se la tua poesia

rispecchi la poesia che sei.

E se davvero voglio capirlo

devo smetter di chiedermelo.