Ti scrivo.

Non mi leggerai mai,

ma ti voglio scrivere.

Notte su notte

scrivo lacrime sulle gote,

giorno dopo giorno

ritorno innamorata di ritorno.

Mi trovo sempre

a invocare una penna,

che l’inchiostro sappia ascoltare.

Detto immagini di sfogo

in parole di quadro

e narro storie di appassire

in rose da raccontare.

Fedele è il quaderno

che raccoglie i miei sussulti,

profumato di ricordi stagionali.

E arricchito,

di dettagli un po’ carnali,

di scandali ideali.

Da promesse non formali

in sorrisi particolari

a idee complementari

alle idee naturali

spazia il germe del divenire amore.

E non tardi

si accovaccia sul tappeto del dolore,

come una rima che va a caccia

senza ritegno né pudore

e si accontenta dello scontato

nell’indagine del creato

e dimora in luoghi comuni non marginali

piuttosto che in quelli surreali.

Allora il previsto

prende la forma della previsione,

il mai visto quella dell’aquilone

che sa nuotare tra le nuvole

nel mare del cielo,

e sa scegliere quando toccare terra

o quando librare in volo.

Non è del tutto libero,

ma almeno può incontrare

la sua fantasia.

Non come lo scontato

che non può scontare

la sua malattia.

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Stanotte ho fatto una scoperta: tu hai una forma.

Essa si appisola sul letto. A volte sorride. A tratti si sposta il ciuffo,

sempre con lo stesso gesto della mano.

Di tanto in tanto parla, con piccoli intercalari in lingua straniera,

a passo di jazz, sulla stregua dei versi del piacere.

Improvvisamente scoppia a ridere, in una risata sonora,

e breve, tanto quanto l’illusoria percezione

del tempo passato dall’ultima volta che te l’ho sentita creare.

Costantemente ascolta, e segue il ritmo con la bocca.

In certi momenti sembra che essa pensi,

ma quello che pensa, chissà.

Poi mi guardi dritto negli occhi, puntando gli occhi all’obiettivo.

Quel tuo sguardo un po’ perso nel vuoto,

che ho sempre amato come opera d’arte vivente,

si ripropone alla mia vista, fissandomi a sua volta.

Ti rileggo gli occhi e ogni riga della faccia.

E’ quell’espressione che preannuncia qualcosa di buono.

E a me viene voglia di mangiarti, come per un cucchiaio

il suo dolce. Mi gusto ogni tuo sapore,

attraverso uno schermo che però è inodore.

Alla fine sposto lo sguardo:

il tuo è amabilmente perso.

Il mio, invece, guarda inesorabile nel vuoto.

Non dovrei stare qui a scrivere ancora di te,

nel buio di questa notte, alla luce dei miei ricordi.

Rievocarti è un male, e io non dovrei starti a pensare.

Infatti non ti penso, ma sento la tua voce,

e quell’indelebile profumo di musica sulla pelle.

Non voglio più considerare un tuo ritorno,

né adornarti con ogni mio gesto.

Le piogge di sorprese con cui ti bagnavo

ti hanno prosciugato la gentilezza,

perciò tornerò a splendere fino a bruciarti,

se questo mi servirà a cambiare.

Addio, allora, ispirazione di te,

addio, a mai più rivederci,

se non sotto spoglie differenti,

diffidenti da chi vorrà vedere

altro mio amore per te.

Forse un giorno sarò così pazza

dal farti leggere tutte le parole,

quelle mie che ha scritto il cuore,

nell’anno che ho trascinato avanti

senza vivere né morire.

Ma nel frattempo provo a smettere con te,

che sei la mia dipendenza alla nicotina.

Un bicchiere di rum andato a male.

Un pezzo di vetro non raccolto.

Salto dall’altra parte:

provo a non tagliarmi.