67. “Un suonatore”

5 dicembre 2012

67

Conosco un suonatore di musica

che quando ti guarda ti viene da morire

perché di solito dedica i suoi occhi alla libertà,

e quando sceglie il tuo viso

quale sua ciotola di pensieri

allora ti senti onorata

e vorresti raccoglierli dal fondo.

Non è fedele a nessuna e ama solo la gente.

Improvvisa ovunque e non solo canzoni.

Progetta il futuro non credendo al domani

e paga i conti di chi lo seguirà a baciare.

Ti loderà la luna, anche se è calante,

e si dimenticherà di voltarsi per salutarti

mentre vai verso il portone di casa.

Lui ha gusti che non finiranno mai di sorprenderti,

come quei quadri che vuole appendersi al muro:

un puntino al centro e il non colore tutt’intorno.

Tu ci potresti vedere il vuoto,

ma lui ci vede uno spazio da riempire.

Fiumi di birra gli inondano lo stomaco,

eppure avrà un sorriso gentile

per te che non camminerai diritta.

Rimarrai attonita per la sua profondità

e piangerai la superficialità dei suoi gesti per te.

Lui è magnanimo con tutti, a tutti regala qualcosa.

Ma non ti restituirà il favore

di avergli donato la tua giovane primavera.

La sua noncuranza non affliggerà la sua musica,

ribollente di dettagli acquistati all’ingrosso,

e i suoi occhiali neri

non ti schermeranno il cuore dalle ustioni.

Lui è uno che per un plettro si farà chilometri,

ma che non avrà tempo di cercarti su una mappa.

Mai fare programmi se il programma non è la casualità.

E se gli chiederai di ricordarsi di te

si dimenticherà chi sia stato a chiederglielo.

Conosco un suonatore di musica,

ma questo suonatore non mi conosce più.

 

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Panna e fragola sa di te,

e profumo rosso della tua bocca

e delle mie gomme da masticare.

E siamo andati a vedere le stelle che non c’erano

sotto la luna piena galleggiante tra le nuvole,

e il cielo che ci carezza la fronte

sembra una mia maglietta nera,

trasparente qua e là.

E quello stesso bar sotto il mare

che ho comprato da leggere,

tu lo ami, e io non lo sapevo.

Ma ora lo so, e so che sei sincero.

E inconfondibile fragranza di basilico,

e un fiore delicatamente rosa

che mi hai messo tra i capelli.

E io che ti guardo sempre allo stesso modo.

Tanti anni se ne sono andati via

piano piano troppo in fretta,

e più il tempo scorre, più io non ti idealizzo più,

e più non ti vedo un dio, più ti amo e ti riamo

per l’uomo che sei:

un uomo accogliente i miei abbracci immaginari

e genuino a costo di ferire.

E che cosa stai cercando

mentre ti accovacci dalla mia parte

e guardi fuori e non mi chiedi di spostarmi?

La luna è coperta e non c’è,

ma c’è in ogni mia poesia

come tu sei in ogni mio respiro,

e, ora, amabilmente scomposto su di me.

E indovini titoli, e gli altri non immaginano neanche

che quella musica sia da parte mia.

E mi dici che ti metto soggezione

perché è una lingua a te sconosciuta,

e io, quando ti parlo in quella lingua,

la vedo bene la tua faccia.

Ma tu conosci il linguaggio della musica,

e il mio amore per te è polistrumentale.

E canticchi sempre,

buonanotte fiorellino che a terra sei caduto,

e il tuo cardigan a strisce blu che ti veste di cielo,

e il tuo giubbotto di jeans che non indossi da un anno.

E un anno è quanto ci ha separato.

E un tuo vecchio biglietto per Roma

comparso in quelle tasche,

e le mie confessioni timide di ricordi di te

in qualunque angolo della mia vita.

E mi raccontavi la morte di Jeff Buckley,

e io tacevo e non ti dicevo che già la conoscevo

perché amo come racconti le storie.

E sei appoggiato sul sedile

e oltrepassi le mie gambe loquaci

col tuo braccio dall’udito attento,

e quasi mi sento protetta dalla tua trappola.

Ingenuità nell’innocenza della mia speranza,

rassegnatasi a sussistere involontaria e invincibile.

Tutti mi prendono per irragionevole

e temo non abbiano torto:

ogni volta che ci sei, l’unica cosa possibile

è averti vicino.

46. “Ovunque”

22 febbraio 2012

Ovunque mi giri vedo una poesia che narra di te.

L’ ogni dove è il ritrovo segreto degli amanti lontani,

al crocevia tra un sogno e un ricordo.

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44. “Un assente”

26 gennaio 2012

Quanta poesia resta inascoltata, quante canzoni.

Le parole scritte a un destinatario disinteressato non fioriscono.

Qualunque sia la loro bellezza, esse restano spente.

Un foglio non è il giusto posto in cui pensarti.

Nemmeno uno spartito lo è.

Togliere le parole alla musica, e la musica al suono.

Vedere il vuoto per quello che è, non indorarlo di metafore.

Sedersi accanto a una sedia vuota, a un tavolo di coppie.

Ciao, come stai tu che non ci sei?

Dove sei? Dove sei? Non lo so, ma so dove mi puoi trovare.

Eccomi, nuda, in verità o per finzione,

in una fotografia o su un letto di pietre.

Sollevo la coperta della notte, e poi rispengo il sole.

Il letto è più caldo se non vedo la tua mancanza.

Non trovo differenza tra il non avere e l’avere avuto,

tra un orfano e un figlio di nessuno:

il presente rimane comunque un assente.

Sconosciuti che riconoscono nei tuo iride bagnato

un certo bagliore di tristezza inconsapevole,

e ti augurano un buon anno nuovo.

Vivere sapendo di morire, non è forse assurdo?

Ipotizzare l’eternità, solo nei film d’amore è concesso.

Ipotizzare la felicità, solo nell’amore è permesso.

Indiscreta nei pensieri, lascio le ombre essere le uniche forme

e non pretendo maggiore lucidità.

Vivi quello che non c’è perché prima o poi tornerà da te.

 

 

Se tu fossi regista, e io attrice,

ora mi potresti riprendere ascoltare

il suono dell’acqua cadere dalle tue dita.

Come vorrei essere pianoforte.

Esaudire il tuo sogno d’infinito

attraverso i miei tasti

e farti sospirare in bianco e nero.

Tu, che dell’arte sei allievo e maestro,

ne trarresti da artigiano della musica

il massimo splendore,

e beati ne sarebbero i presenti.

Beami ancora un po’ di queste perle di catarsi,

oh immagine sublime

che di quest’apostrofe sei referente,

e lasciati dar vita

nel buio creativo di questa stanza da letto.

Un tempo mi dicesti serio,

con l’onestà di un ubriaco,

che sarei dovuta diventare pianista.

Smettere di bramare le tue corde

per concedermi ai tocchi sopraffini

delle piume sulle ali.

Angelico fosti allora,

nella verità segreta di una frase non più ricordata;

e ci sono io che la raccolgo ora,

lettera dopo lettera,

per renderle giustizia e ricostruirne la memoria.

Mi sciolgo i capelli incatenati

e respiro libertà.

Sono libera di credere che le tue esortazioni

fossero per plasmarmi amante perfetta;

che gli occhi tiepidi nonostante il freddo

non mentissero sul loro stato di vita.

Tu non menti mai.

Piuttosto fai rispondere il silenzio,

non sporcandoti le mani,

ma non menti mai.

E se prometti ciò che non puoi offrire

dimentichi di aver messo la mano sul cuore,

così la promessa non avrà più alcun valore.

E’ per questo che ti credo incondizionatamente,

e non ho aspettative sul tutto

e non ho aspettative sul niente.

Saperti a mille chilometri da qui è angosciante.

Riascoltarti nelle note mai create

della pianista che c’è in me

inasprisce di surreale quest’inquietudine

e dà un sottofondo propenso all’infondata attesa

di un’ascesa alle più ultime realtà.

Vaneggio mentalmente.

Chiamo le canzoni con la forza del pensiero

e mi illudo che tu le possa origliare.

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Pochi giorni a Natale e poche ore a domani.

Piazza della Scala s’illumina di freddo

e la neve colora le aiuole di bianco.

Mi piace questo posto.

Trovo che qui Milano dia il meglio di sé.

L’avvento veste di romantico gli alberi spogli

e le finestre di Palazzo Marino luccicano d’oro.

Abili pensieri hanno creato un gioco di ombre sul teatro,

e io mi fermo lì ad ammirare.

C’è un pianoforte in sottofondo,

ma non so bene da dove provenga.

Quest’aura magica mi risuona nella testa

e d’un tratto i miei occhi si incantano.

Sulla Scala vedo immagini in movimento,

grandi sagome di sogni non sopiti.

Io ho tanti sogni, quasi tutti irrealizzabili.

Li proietto davanti a me,

su quello schermo di lunga storia,

e mi godo lo spettacolo.

Come uno specchio, la Piazza si guarda

riflessa nella sua forma e nei suoi personaggi.

Un contorno di uomo spazza i ricordi di neve

sulle panche di pietra,

e fa sedere la sua donna.

Non vedo i tratti di quei volti,

ma riconosco i giochi delle loro mani:

lei in lui, come fosse il suo guanto.

La notte gelida e bianca si cala sempre più pesante

su quei due corpi disegnati insieme,

accerchiandoli ogni istante di più,

fino a comprimerli in una stretta bolla d’aria.

Vista da dove sono

– con la faccia fissa su quella tela bicromatica –

la scena è nitida.

I due amanti sembrano una decorazione stilizzata

su una pallina di Natale,

una raffigurazione evocativa di un episodio di una favola.

E mi stuzzica la voglia di sapere come continuerà…

Ma ecco che passa il Due,

col suo colore di candito.

I campanellini segnano a festa la fermata

e si sovrappongono alle note

di quel pianoforte in lontananza.

Torno alla realtà.

L’incantesimo svanisce senza che io abbia

ultimato il mio sogno.

Neanche in sogno riesco a sognare.

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40

Il tuo cuore è una palla di sole,

e io strati di nuvole in lontananza,

sovrastati dalle sfumature della tua alba.

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38. “Bastardo”

30 novembre 2011

Bastardo. Mi hai fatto entrare in casa tua.

Mi hai fissato con quegli occhi pieni di sesso. A lungo.

Cosa volevi? Che fossi io a spogliare te?

Non ti bastava la mia presenza lì, sulla tua sedia?

La mia corta gonna chiamava le tue piccole mani.

Non la sentivi gridare?

Tu, intenditore di suoni. Tu, abile poeta della chitarra.

Possibile che fossi sordo? fermo?

Eri una statua dalla forma di uomo,

un sultano su quel divano di pelle.

Solo i nostri sguardi si sono toccati.

Incontrati a metà strada,

hanno fatto l’amore per un breve istante.

Poi ho deciso di voltarmi.

E non ti ho fatto più entrare.

 

Il mondo la notte ha sonno.

E’ per questo che ti lascia sola.

Sola a respirare ispirazione.

Sola a invocare liberazione.

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Stasera mi sento brutta. Priva di valore.

Sarà la solitudine, che di nero mi vestiva,

ad aver dipinto il mio specchio.

Non c’è specchio più assassino

dello specchio dei miei occhi.

Ne resto trafitta.

Vedo ciò che sento, che in questo momento

altro non è

che un grosso carico sulle spalle.

Sono pesante. Mi vedo in tutta la mia gravità.

Incedo a passi gravi sulle pietre del pavimento,

affondo una massa deforme nelle pieghe del divano.

Sono qui per cosa? Per guardare.

Gente felice e ignara della propria felicità.

Per contrasto mi misuro,

come una matita a grafite

su un pezzo di carta segnato.

Il loro colore è il nero del mio buio,

e io mi sento nuovamente brutta.

C’è qualcuno qui che mi vede bella?

Se c’è, parli.

Insultatemi pure, vomitandomi addosso

la verità.

Io non piangerò

perché avrò già capito.

Desisto dal farmi un nulla.

Desisto,

e tutto è davvero troppo.

Stanotte ho fatto una scoperta: tu hai una forma.

Essa si appisola sul letto. A volte sorride. A tratti si sposta il ciuffo,

sempre con lo stesso gesto della mano.

Di tanto in tanto parla, con piccoli intercalari in lingua straniera,

a passo di jazz, sulla stregua dei versi del piacere.

Improvvisamente scoppia a ridere, in una risata sonora,

e breve, tanto quanto l’illusoria percezione

del tempo passato dall’ultima volta che te l’ho sentita creare.

Costantemente ascolta, e segue il ritmo con la bocca.

In certi momenti sembra che essa pensi,

ma quello che pensa, chissà.

Poi mi guardi dritto negli occhi, puntando gli occhi all’obiettivo.

Quel tuo sguardo un po’ perso nel vuoto,

che ho sempre amato come opera d’arte vivente,

si ripropone alla mia vista, fissandomi a sua volta.

Ti rileggo gli occhi e ogni riga della faccia.

E’ quell’espressione che preannuncia qualcosa di buono.

E a me viene voglia di mangiarti, come per un cucchiaio

il suo dolce. Mi gusto ogni tuo sapore,

attraverso uno schermo che però è inodore.

Alla fine sposto lo sguardo:

il tuo è amabilmente perso.

Il mio, invece, guarda inesorabile nel vuoto.

Non dovrei stare qui a scrivere ancora di te,

nel buio di questa notte, alla luce dei miei ricordi.

Rievocarti è un male, e io non dovrei starti a pensare.

Infatti non ti penso, ma sento la tua voce,

e quell’indelebile profumo di musica sulla pelle.

Non voglio più considerare un tuo ritorno,

né adornarti con ogni mio gesto.

Le piogge di sorprese con cui ti bagnavo

ti hanno prosciugato la gentilezza,

perciò tornerò a splendere fino a bruciarti,

se questo mi servirà a cambiare.

Addio, allora, ispirazione di te,

addio, a mai più rivederci,

se non sotto spoglie differenti,

diffidenti da chi vorrà vedere

altro mio amore per te.

Forse un giorno sarò così pazza

dal farti leggere tutte le parole,

quelle mie che ha scritto il cuore,

nell’anno che ho trascinato avanti

senza vivere né morire.

Ma nel frattempo provo a smettere con te,

che sei la mia dipendenza alla nicotina.

Un bicchiere di rum andato a male.

Un pezzo di vetro non raccolto.

Salto dall’altra parte:

provo a non tagliarmi.

Strani modi di comunicare, i nostri.

Sarà che tu non hai molto da dirmi,

quando io invece ho voglia di svelarmi.

Saranno le liquirizie, le distanze e le delizie

a ispirarci questi giochetti sottili di tiro al bersaglio,

con messaggi in codice dalle sembianze di consiglio.

Le nostre dichiarazioni, sotto forma di canzoni,

sono quanto di più sensuale io conosca,

perché così sensualmente si insinuano nella mia mente

ronzandoci dentro a mo’ di mosca.

E a ogni ascolto di una tua canzone

rimando a te quell’emozione,

sintonizzandomi col mio pensiero

sulle frequenze del tuo, finché il testo

che in esso proietto diventa anche suo.

Deciframi i tuoi segreti quali due amanti lieti

che si ritrovano nello stesso letto

e con un solo cuore nel petto.

Decodifica il mio amore come un giorno di ventiquattrore;

lo so che sembra strano, ma non lasciare che ti ami invano.

Rinvieni la chiave che volta la serratura

e, una volta trovata, entrami con cura.

Fa’ passi lenti, ma non temendo la paura,

tieni i lumi spenti che fa già luce la fessura.

Angusto è lo spiraglio dal quale mi vedrai,

come a dirti che non dovresti smettere di sognarmi, mai.

Sebbene le parole abbiano spesso una veste felice,

capita a volte che si comportino da attrice:

ammalia e seduce mostrandosi vogliosa

per poi scoprirsi e non trovare più la sposa.

In quei momenti maledico allora i nostri giochetti,

così afflitti dai tuoi mai e dai furbi dispetti.

Sei scaltro ad allontanarmi con le parole,

ma non abbastanza uomo da farlo alla luce del sole.

Non penso si ricordi di te.

Sai, a dire il vero si è già scordato.

Perché è facile dimenticare l’amore

che è troppo amore

o un bacio che è troppo baciato.

Meglio la mediocrità manifesta delle pianure,

che le montagne a confronto vivono troppo in alto.

Si perdono nelle tue insonnie

i sogni che non hanno tetto;

piovono giù per le scale

fino a toccare terra

ed essere calpestati dalla polvere,

irrespirabile e irreprensibile.

Sputa la verità che trattieni in gola

come sigillo di una bugia

più grande del tuo stomaco malandato.

E c’è Debussy che per caso ti fa compagnia

nella notte che è quasi mattina

e sopra divani che sono quasi spiagge,

per te che tutto si collega a una canzone.

L’unica luce è un artificio di falsità,

il sonno un’astratta entità,

il tempo un pendolo che non va.

Senza contrasto e senza ritegno

il dolore ha la faccia di un insonne:

bianca e spenta lucidità

che meno dorme e meno sa

distinguere l’inganno dalla realtà.

E si ammira con fedeltà

sul riflesso sommesso della sua sedentarietà,

dimora di ovvietà

che finora e fino a sempre

abiterà.

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Ventisette ottobre.

Ore una e quattordici della notte:

è quanto segna lo schermo

di questo aggeggio insensibile,

sopra la fotografia

di un pomeriggio azzurro cielo,

scattata sdolcinatamente

in un momento di romanticismo nostalgico.

Quella luna del pomeriggio

riecheggia sogni

non ancora addormentati,

rintoccando scadenze

mai del tutto passate.

Ora che attendo di vivere il giorno

che mi ritroverò sulla testa

accanto al cuscino,

mi chiedo se quel giorno, tu,

ti ricorderai di me.

amore cieco

Ciottoli in un fiume sono piccoli sassi

nei passi lenti o scontrosi delle acque.

Eppure metafore dell’amore trascinato,

dall’amore stesso trainato,

come mi insegnò allegorico il poeta cantautore.

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Di nuovo. Qua.

A farmi tessere i fili del cervello dalle tue oscure idee.

A contemplare la poesia sperando che diventi luce.

Io non ci capisco più niente.

Mi sembra di capire troppo o di non capire affatto.

Ho paura, se penso di aver capito:

quanto ho capito non può essere per me.

No. E’ troppo.

Troppo incantevole per non essere un trucco.

Troppo infuso d’amore per non essere indifferenza.

Allora dimmi: sogno?

No perché io sogno sempre le tue mani,

le tue mani che suonano.

Non possono essere vere quelle dita…

ma perché mi toccano?

perché mi sfiorano la pelle mentre la pelle dorme?

I ricordi inventati dei tuoi tocchi

risuonano dentro di me, a suon di cuore.

Io li registro e li continuo a far suonare.

Sarà per questo che a volte sento il mio cuore

troppo alto e troppo forte per non poterlo ascoltare.

Sarà così, un richiamo d’attenzione

quando la musica parte senza averla fatta partire.

Dice: eccomi, vibro in te.

Scorro nelle tue vene portando parole nel tuo sangue.

Fluisco. Cerco una via, e altro non trovo

che un sentiero verso il cuore,

dove tutta l’anima confluisce

e, confluendo, trema.

Non temere questi brividi regolari e accelerati,

sono la scossa che ti fa ricordare di me.

Soffri in silenzio, lascia cantare

chi sa davvero farlo. Io, canterò per te.

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Cerco.

Cerco senza trovare.

Quel pomeriggio non fu di studio,

come doveva essere. Ma di poesia.

Eri bellissimo, quella sera,

e nel pomeriggio dopo io ti volevo invocare.

Così lo feci: seguii l’ispirazione

che la tua apparizione

mi aveva lasciato sulle labbra delle dita.

E scrissi.

Non avevo grandi parole con me,

non me le ero portate dietro;

ma cercai di dedicarti con tutta la mia dedizione

l’onesta devozione che si era insinuata in me.

In me, per te.

Pura la spinta inarrestabile

che mi lanciava verso le tue mete.

Travolgente l’insanabile desiderio

di pendere dalle tue labbra.

Così, in un gioco appagante di scambio di ruoli,

barattai il tuo culto con la mia preghiera,

offrendo con religiosa pietà

la mia anima appena consunta di neonato amore.

Scrissi della panchina da cui ammiravo il tuo splendore,

(e ancora non ti conoscevo).

Scrissi dei tuoi piedi, così musicali e garbati,

e della loro danza su se stessi e sulla mia ombra,

(e ancora non potevamo ballare insieme).

Scrissi delle ore e del loro volteggiare,

(e ancora eri per me attorno a mezzanotte).

Scrissi della prova che dovevamo affrontare,

(e ancora eri per la certezza

terreno incolto da raschiare).

Cantai della voce che la tua chitarra accompagnava,

(e ancora non ti avevo davvero sentito parlare).

Cantai dell’esplosione che mi implodeva dentro,

della nozione di improvviso sgomento.

Dell’altare di te divino, della tenerezza di te piccino.

Grazie ai ricordi incisi sulla memoria di un foglio

potrò toccare con mano i primordi del risveglio

di un cuore malato di non amore,

di un colore affetto da timido pallore.

Nella chiusa dell’ode,

un’onda (a vento) di accorata speranza

travolgeva le porte aperte di un finale senza fine.

Spalancava le imposte sui più verdi giardini

e collezionava, a sua insaputa, rosee previsioni

sull’avvenire di quello stesso paese,

residente nella mente

o esistente da sempre senza un indirizzo permanente.

Io la cerco, quella mia poesia, ma non la trovo.

Allora ispeziono dentro di me

e lì, sola, ti rivivo.

Quella tua fotografia

la fisso, incessantemente.

Sono passate due ore, ormai,

e ancora non riesco

a toglierti gli occhi di dosso.

Hai l’espressione un po’ stanca, ma serena.

E’ la serenità della tua libertà,

spazio aperto della tua vita,

impenetrabile da questo schermo.

Sebbene le possibilità

ci consentano scambi,

la verità ha la faccia smarrita:

non ti sa rinvenire per davvero

senza un contatto di occhi.

Questa pagina, che di carta non è fatta,

crea l’illusione di un dialogo di sguardi.

E’ un lontano più vicino

di quanto sembra,

e tuttavia non ancora abbastanza.

Tu trascorri i pomeriggi,

suoni via le giornate.

E cosa sento io

se non rumori bianchi,

costanti supplementi della tua voce?

Dimmi, a chi dedichi le tue canzoni?

Chi inviti coi tuoi suoni?

Sono stata solo una passante

sulla sponda dei tuoi pensieri.

Solo un oggi che passerà ieri.

E lì, che mi hai dato la vita,

lì mi hai lasciata.

Impietrita come insetto nell’ambra

condannato a esistere per quello che era

senza poter divenire di sera in sera.

Ho reciso i passi di un albero che non crescerà,

ho posto la mia fine ad un’estate fa.

Lì mi sono arrestata, e non trovo riavvio.

Lì mi sento tornata e non ne trovo l’addio.

 

Voglio stare vicino a te

quando ascolti per la prima volta una canzone.

Voglio spiarti silenziosa

mentre entri nella favola di quella prosa.

Vederti stupirti per una rima ricercata,

vederti ammutolirti per una realtà da pugnalata.

Soffrire con te se le note lasciano dolore,

sublimarmi in te se parlano d’amore.

Nuotare tra i tuoi pensieri appena nati,

sbocciati ispirati da quella creazione dei poeti.

Annotarli e cristallizzarli

su fini foglie d’oro,

come a dire che si meritano solo preziosi custodi,

loro.

Tu, che di certo parli la lingua dell’arte,

coltivi le meraviglie di cui io voglio essere parte.

E amo osservarti dare la vita

ai monumenti che ti descriveranno,

in un’anteprima fiorita

prima del finire dell’anno.

E se davvero ti guardo accovacciato

e rivolto verso me,

mi rendo conto che sto sognando

qualcosa che in verità

non c’è.

Voglio ascoltare la musica insieme a te.

Sdraiarmi su un cuscino morbido vicino a te.

Seguire le parole nei tuoi occhi,

battere il ritmo nel tuo sguardo.

Nessuno mai mi legge lo sguardo.

Sai, nessuno mai.

Nel tuo si può pescare,

tuffarsi in un pozzo di profondità.

Dove si tocchi il fondale

è misteriosa incomprensibilità.

Voglio dirigere il tuo respiro intonato

nell’armonia che ci sovrasta,

e cantare con le occhiate sonore

della nostra comoda orchestra.

Facciamo un delizioso concerto,

io e te assieme.

Sublime

come il sublime inseparabile del cielo

che sdraiato sulla terra

la spoglia del suo velo.

E in un’eterna prima notte di nozze

ama la sua sposa non appena fa notte.

Così io suolo,

tu volta celeste,

sta’ sopra al mio cuore

nudo della sua veste.

Soffia intime passioni,

fa’ piovere di gioia

calde emozioni.

Bisbigliami all’orecchio

le tue mani avide di pensieri,

sfiora sulle mie gote

le parole dei cantautori.

Che almeno loro s’arrogano il diritto

di chiamarci

dolci amori”.