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Pochi giorni a Natale e poche ore a domani.

Piazza della Scala s’illumina di freddo

e la neve colora le aiuole di bianco.

Mi piace questo posto.

Trovo che qui Milano dia il meglio di sé.

L’avvento veste di romantico gli alberi spogli

e le finestre di Palazzo Marino luccicano d’oro.

Abili pensieri hanno creato un gioco di ombre sul teatro,

e io mi fermo lì ad ammirare.

C’è un pianoforte in sottofondo,

ma non so bene da dove provenga.

Quest’aura magica mi risuona nella testa

e d’un tratto i miei occhi si incantano.

Sulla Scala vedo immagini in movimento,

grandi sagome di sogni non sopiti.

Io ho tanti sogni, quasi tutti irrealizzabili.

Li proietto davanti a me,

su quello schermo di lunga storia,

e mi godo lo spettacolo.

Come uno specchio, la Piazza si guarda

riflessa nella sua forma e nei suoi personaggi.

Un contorno di uomo spazza i ricordi di neve

sulle panche di pietra,

e fa sedere la sua donna.

Non vedo i tratti di quei volti,

ma riconosco i giochi delle loro mani:

lei in lui, come fosse il suo guanto.

La notte gelida e bianca si cala sempre più pesante

su quei due corpi disegnati insieme,

accerchiandoli ogni istante di più,

fino a comprimerli in una stretta bolla d’aria.

Vista da dove sono

– con la faccia fissa su quella tela bicromatica –

la scena è nitida.

I due amanti sembrano una decorazione stilizzata

su una pallina di Natale,

una raffigurazione evocativa di un episodio di una favola.

E mi stuzzica la voglia di sapere come continuerà…

Ma ecco che passa il Due,

col suo colore di candito.

I campanellini segnano a festa la fermata

e si sovrappongono alle note

di quel pianoforte in lontananza.

Torno alla realtà.

L’incantesimo svanisce senza che io abbia

ultimato il mio sogno.

Neanche in sogno riesco a sognare.

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Stasera ti ho intravisto nel gelo della neve.

E come al solito, mi servo di tutti i miei sensi

per rivivere il tuo splendore speciale.

Ti sfioro la voce, ti gusto la pelle.

Ascolto il tuo sapore di compositore maledetto,

odo il tremore che mi palpita nel petto.

E’ raggelante la mia insistenza a questa ossessione.

E’ deprimente la pazienza della passione.

Che esplode al sol nominare il tuo nome,

ma attende incomprensibilmente una tua dichiarazione.

Nulla sa essere univoco quando si tratta di me:

sono costretta ad amare con odio,

sono condotta a respingere con amore.

E in questa lotta a chi è il primo a morire,

è il mio senno già debole che rischia di perire.

S’arranca saggio nelle parole delle amiche,

si violenta adagio in memorie antiche.

Ricordandomi di te, scordo di vivere per me.

Ancorandomi a te, ignoro di affogare a ogni “se”.

 

7.

18 settembre 2011

Il miracolo di questa neve rende questo momento eterno

per ogni fiocco bianco che attecchisce al terreno

o che si posa sulle foglioline del cespuglio

al di là di questa finestra, nel buio della notte più chiara che c’è.

Hai mai fatto caso al cielo quando ci soffia la neve?

E’ più lucente del solito. Forse è il colore del suo sorriso,

così tanto lieto. Guardo stupita al di là del vetro

la magia di un natale alle porte. E fiocco dopo fiocco

scarto il tuo regalo per me. Quel regalo che hai tenuto

solo per me, fatto di letti di prati morbidi,

di ricordi ovattati da melodie che ho dedicato all’incanto di noi,

di illusioni nel sogno avverate, come vederti passare di qua,

sul tappeto soffice di candore e gelo,

vicino alla finestra della sera divenuta notte,

accanto al lampione che disegna la cornice dello spettacolo,

con la sua luce raffreddata dall’inverno

e raccolta sotto una coperta di suggestioni e piccole albe.

Cambio canzone. Resto sola ad aspettare la neve di te,

che non verrà. No; lei non verrà, mio dolce Valentino.

Un passante passa, rapido scorre sul marciapiede.

Lui ritorna e io lo invidio che ha qualcuno a cui ritornare.

Non pensavo che le mie lacrime potessero avere

la stessa consistenza delle gocce di neve fatta pioggia.

Le vedo scorrere e piangere giù dalle foglie,

immobilizzate dalla malinconia del freddo che le riveste.

Un pezzo di me si specchia in quell’acqua triste,

e non riesco a dormire. Questo jazz mi accompagna il cuore.

Queste note mi cantano. Non mie le parole, ma loro,

seppur dentro di me, in fondo. Sono sola.

Come il fiato di questo strumento, come la vita di questo musicista.

Ma sento da lontano che si apre un portone…

Sarai forse tu e la tua chitarra, o più probabilmente

la sveglia di un sogno ad occhi svegli dal sonno.

Ammiro ancora la neve, e a ogni chicco di splendore

associo un rumore, un suono di tasto da pianoforte,

o una percussione leggera. Voglio dare un nome

a tutte le parti di te, così da comporti in musica

e restituire alla natura la tenera sorpresa

di averti come suo nuovo elemento.

 

Piano e sensuale la neve fiocca sul giardino,

velata della tela d’inverno che si trama da sola,

nello spazio bianco tra il cielo e la terra.

Abbracciabile sei tu, come questa canzone

chiama se stessa per ricordarsi di esserci.

Il mondo nel frattempo gioca a palle di neve:

i pini stanchi si liberano dal peso del candore

che li abbellisce, sputando dalle vette

fette di nevi appallottolate. E a guardarle

sembrano nuvole che s’addensano

sui rami invisibili di verde d’aghi.

E il mondo rigioca, alternando piccole stasi

a lunghe piogge di cedevolezze

 tonde come corone di maestà, o ghirigori di bambini.

Ma se dovessi perdere tutto questo

non saprei più come respirare la libertà che mi ispira

e mi aleggia tutt’attorno come spirale di vento caldo.

Allora perdo il tempo prezioso, che di certo

se ne infischia delle mie paure dell’abbandono.

Ma non mi pento di un solo istante,

fissato così dal mio sussurro di fiato

sopra il vetro attento della finestra di casa.

Non so se è il mondo che va avanti,

oppure io che resto ferma;

ma che importa spiegare l’inspiegabile

quando alla fine inizia sempre da capo

per non smetterla mai?

Mi concedo la vista di questo quadro vivo,

mentre mia sorella dorme e io non voglio svegliarla.

Non ho bisogno di nessun altro se non della fusione di me

dentro questo spettacolo di musica e visione.

Canzone è la scatola dove custodisco la mia vita,

nascosta sotto il letto dei sogni che faccio

nella sera dell’anima. Coinvolgimi in quello che sei

senza farmi attendere il tasto ‘play’. Avvicinati qui.

Ti sfamerò con questa neve che coprirà

la tua sete di meraviglia, e tu non chiederai altro

oltre un’altra bottiglia di questo veleno perfetto,

fatto della miscela di suoni e di ghiaccio,

fuso dal tepore di un camino di note, infiammate

dalle emozioni dei colti cantori per i poetici candori.

Lo sfiocchettare dei petali di neve

è ora in pausa di riflessione.

Ed io ancora non so perché tu non ci sei.

5. “Prima notte di neve”

14 settembre 2011

Dentro un bianco di porcellana,

dentro la custodia di questa mattina,

il cielo sui tetti dorme in sordina.

Riposa fuori orario,

riposa stanco mentre fuori fa giorno,

e senza preavviso si colora il ritorno.

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