46. “Ovunque”

22 febbraio 2012

Ovunque mi giri vedo una poesia che narra di te.

L’ ogni dove è il ritrovo segreto degli amanti lontani,

al crocevia tra un sogno e un ricordo.

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38. “Bastardo”

30 novembre 2011

Bastardo. Mi hai fatto entrare in casa tua.

Mi hai fissato con quegli occhi pieni di sesso. A lungo.

Cosa volevi? Che fossi io a spogliare te?

Non ti bastava la mia presenza lì, sulla tua sedia?

La mia corta gonna chiamava le tue piccole mani.

Non la sentivi gridare?

Tu, intenditore di suoni. Tu, abile poeta della chitarra.

Possibile che fossi sordo? fermo?

Eri una statua dalla forma di uomo,

un sultano su quel divano di pelle.

Solo i nostri sguardi si sono toccati.

Incontrati a metà strada,

hanno fatto l’amore per un breve istante.

Poi ho deciso di voltarmi.

E non ti ho fatto più entrare.

 

Non penso si ricordi di te.

Sai, a dire il vero si è già scordato.

Perché è facile dimenticare l’amore

che è troppo amore

o un bacio che è troppo baciato.

Meglio la mediocrità manifesta delle pianure,

che le montagne a confronto vivono troppo in alto.

Si perdono nelle tue insonnie

i sogni che non hanno tetto;

piovono giù per le scale

fino a toccare terra

ed essere calpestati dalla polvere,

irrespirabile e irreprensibile.

Sputa la verità che trattieni in gola

come sigillo di una bugia

più grande del tuo stomaco malandato.

E c’è Debussy che per caso ti fa compagnia

nella notte che è quasi mattina

e sopra divani che sono quasi spiagge,

per te che tutto si collega a una canzone.

L’unica luce è un artificio di falsità,

il sonno un’astratta entità,

il tempo un pendolo che non va.

Senza contrasto e senza ritegno

il dolore ha la faccia di un insonne:

bianca e spenta lucidità

che meno dorme e meno sa

distinguere l’inganno dalla realtà.

E si ammira con fedeltà

sul riflesso sommesso della sua sedentarietà,

dimora di ovvietà

che finora e fino a sempre

abiterà.

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amore cieco

Ciottoli in un fiume sono piccoli sassi

nei passi lenti o scontrosi delle acque.

Eppure metafore dell’amore trascinato,

dall’amore stesso trainato,

come mi insegnò allegorico il poeta cantautore.

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Di nuovo. Qua.

A farmi tessere i fili del cervello dalle tue oscure idee.

A contemplare la poesia sperando che diventi luce.

Io non ci capisco più niente.

Mi sembra di capire troppo o di non capire affatto.

Ho paura, se penso di aver capito:

quanto ho capito non può essere per me.

No. E’ troppo.

Troppo incantevole per non essere un trucco.

Troppo infuso d’amore per non essere indifferenza.

Allora dimmi: sogno?

No perché io sogno sempre le tue mani,

le tue mani che suonano.

Non possono essere vere quelle dita…

ma perché mi toccano?

perché mi sfiorano la pelle mentre la pelle dorme?

I ricordi inventati dei tuoi tocchi

risuonano dentro di me, a suon di cuore.

Io li registro e li continuo a far suonare.

Sarà per questo che a volte sento il mio cuore

troppo alto e troppo forte per non poterlo ascoltare.

Sarà così, un richiamo d’attenzione

quando la musica parte senza averla fatta partire.

Dice: eccomi, vibro in te.

Scorro nelle tue vene portando parole nel tuo sangue.

Fluisco. Cerco una via, e altro non trovo

che un sentiero verso il cuore,

dove tutta l’anima confluisce

e, confluendo, trema.

Non temere questi brividi regolari e accelerati,

sono la scossa che ti fa ricordare di me.

Soffri in silenzio, lascia cantare

chi sa davvero farlo. Io, canterò per te.

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11. “Pazza”

27 settembre 2011

E’ facile innamorarsi di te.

Troppo facile per me.

Tu sei un incanto che vive di magia,

una musa lontana che ispira follia.

Ed io sono pazza di te,

pazza da legare.

Pazza come una matta che non sa ragionare.

Pazza tanto pazza da non volersi curare,

pazza di voglia di poterti amare.

Ed esplodo in urla di dolore,

ma la sofferenza non è abbastanza

per chiamare un dottore.

E così non mi do tregua

e impazzisco di te,

mi nutro della tua distanza

e ti bevo col caffè.

Perché tutto mi ricorda te,

anche le tazzine di plastica

da portarsi con sé.

Come quelle due che ti portai

l’ultimo giorno che ti incontrai;

entrai nella tua casa come un’amante desiderosa,

varcai la soglia come una bimba bisognosa.

E già ero pazza, pazza di dirti tutto.

Pazza di confidarti

il mio amore muto.

Ammiravo e fissavo il tuo sottile corpo

nello spazio,

pazzo anch’esso di volersi sazio.

E quella mano che su e giù andava

mi disegnava carezze

che la mia gamba accoglieva.

Le mie mani sul tuo volto

ti rendevano coperto:

non capivi che era un modo

per rivestirti d’affetto?

E quando in piedi ci ritrovammo,

io pazza non intesi cosa osammo,

addentrandomi sciagurata

nei vicoli ciechi della realtà.

Ti chiesi:

i miei occhi ti mancheranno?

Ma il tuo buio mi rispose senza inganno,

e la vista del silenzio

mi rese visibile ciò che udimmo.

Ti sedesti e prendesti quel caffè.

Mi sono dimenticata lo zucchero,

ma tu lo bevi amaro.

Proprio come te.