Panna e fragola sa di te,

e profumo rosso della tua bocca

e delle mie gomme da masticare.

E siamo andati a vedere le stelle che non c’erano

sotto la luna piena galleggiante tra le nuvole,

e il cielo che ci carezza la fronte

sembra una mia maglietta nera,

trasparente qua e là.

E quello stesso bar sotto il mare

che ho comprato da leggere,

tu lo ami, e io non lo sapevo.

Ma ora lo so, e so che sei sincero.

E inconfondibile fragranza di basilico,

e un fiore delicatamente rosa

che mi hai messo tra i capelli.

E io che ti guardo sempre allo stesso modo.

Tanti anni se ne sono andati via

piano piano troppo in fretta,

e più il tempo scorre, più io non ti idealizzo più,

e più non ti vedo un dio, più ti amo e ti riamo

per l’uomo che sei:

un uomo accogliente i miei abbracci immaginari

e genuino a costo di ferire.

E che cosa stai cercando

mentre ti accovacci dalla mia parte

e guardi fuori e non mi chiedi di spostarmi?

La luna è coperta e non c’è,

ma c’è in ogni mia poesia

come tu sei in ogni mio respiro,

e, ora, amabilmente scomposto su di me.

E indovini titoli, e gli altri non immaginano neanche

che quella musica sia da parte mia.

E mi dici che ti metto soggezione

perché è una lingua a te sconosciuta,

e io, quando ti parlo in quella lingua,

la vedo bene la tua faccia.

Ma tu conosci il linguaggio della musica,

e il mio amore per te è polistrumentale.

E canticchi sempre,

buonanotte fiorellino che a terra sei caduto,

e il tuo cardigan a strisce blu che ti veste di cielo,

e il tuo giubbotto di jeans che non indossi da un anno.

E un anno è quanto ci ha separato.

E un tuo vecchio biglietto per Roma

comparso in quelle tasche,

e le mie confessioni timide di ricordi di te

in qualunque angolo della mia vita.

E mi raccontavi la morte di Jeff Buckley,

e io tacevo e non ti dicevo che già la conoscevo

perché amo come racconti le storie.

E sei appoggiato sul sedile

e oltrepassi le mie gambe loquaci

col tuo braccio dall’udito attento,

e quasi mi sento protetta dalla tua trappola.

Ingenuità nell’innocenza della mia speranza,

rassegnatasi a sussistere involontaria e invincibile.

Tutti mi prendono per irragionevole

e temo non abbiano torto:

ogni volta che ci sei, l’unica cosa possibile

è averti vicino.

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63. “Senza filtri”

25 settembre 2012

Il mio capo sul braccio del divano nel salotto

si brucia i neuroni con l’immaginazione.

Canzoni vagamente allegre

sottoscrivono questa pazzia

dello star sveglia a fumarmi il cervello con te,

che ti trovi nell’emisfero destro capovolto.

Le ombre sempre più fioche sulla tappezzeria

narrano la storia della notte sempre più inoltrata,

e io ti vedo comparire nel tuo corpo, nudo,

come un dio greco di quelli che studiavo a scuola.

Ti ho sentito che premevi su di me

quella sola volta

sopra un sedile di chissà quale colore,

e poi il tuo dito tra le mie labbra.

Imbambolata nella tua bocca seppi solo baciarti la faccia,

io, maliziosa bambina che ora rivive la suggestione

di quei latenti inviti a un amore carnale.

La visione di te su una sedia

mi invogliava a rovinare il tuo bel gioco al videogioco:

ho sempre voluto spogliarmi su di te.

Conservo con cura una cannuccia rosa

di un tuo drink estivo,

la quale avevo preso per me dal tuo bicchiere

barattando la tua saliva con la mia plastica verde menta.

A me non piace la menta, a te non si addice il rosa.

Banale pretesto per succhiare un po’ del tuo sapore.

E nello spazio secco tra un ricordo e l’altro,

mi bagno un po’ di calde invenzioni mentali,

concedendo a me stessa gratuite storie di erezioni.

Nella mia fervida fantasia notturna

hai trovato la barriera impenetrabile dei miei collant

nero velato, e non hai saputo resistere

a quell’ingombrante divieto d’accesso sulle mie cosce.

Non saprei dire quanto l’intensità di queste mie parole

ti potrebbe sconvolgere.

Avresti dovuto assaggiarmi allora,

quando ero dessert delle tue giornate.

Quando i miei desideri di gioia li scrivevo negli occhi

e non sulla carta. Invece

hai resistito a ogni carezza che la mia pelle emanava,

hai scelto di negarmi l’amore

e hai preferito una puttana.

Però ricordo bene ogni tuo avvicinamento:

le tue mani che mi salutavano la schiena

le sentivo più del vento.

E sapevo che cosa volevano fare,

percepivo la loro voglia di poter rimanere.

Ma poi io ti avrei reso mio, e tu

non mi avresti più saputo salutare.

.
.
.
[Questa è la seconda di tre poesie che viaggiano sulla stessa lunghezza d’onda]

Posso trovare un nascondiglio

dietro un drappo di pensieri.

Chiudermi fuori dal ripostiglio

dove i miei sogni sono appesi.

Diluire le mie voglie

con sostanze innocue.

Sostenere che gli oggetti

non abbiano anima.

Cambiare le parole

di qualsiasi canzone.

Cambiare l’aria

con qualsiasi finestra.

Posso celarmi nel carnevale

delle mie espressioni facciali.

Censurare un’unghia nuda

con smalto carminio.

Ripulire la polvere dalla polvere

e asciugare il bagnato

dalle acque marittime.

Posso fingere l’ignoranza

e non sapere cosa ignoro.

Mangiarmi le lacrime

aprendo la bocca a sorriso.

Occultare la malinconia

sotto la coperta plumbea

della notte, e rimboccarmi

come se queste mani

fossero quelle altrui.

Posso mettere a tacere

ogni flusso sonoro,

influendo così sul mancato silenzio,

e posso smorzare la rabbia

come un pugno di sabbia

tagliato dal vento.

Potrei escogitare mille espedienti

per mentire a me stessa.

Ma essendo io

la mittente e la destinataria

della bugia,

non riesco a negare

quanto ancora

tu mi manchi.

47. “Veli”

1 marzo 2012

La luna splende anche attraverso il lino bianco della tenda,

e io non posso che chiedermi

se dietro il velo di malinconia che mi offusca gli occhi

ci sia fonte di luce anche per me.

La cerco sovente negli occhi di ragazzo,

ma è un bagliore tanto dirompente che mi fonde il cuore.

Mi domando se esista sguardo non assassino.

Quello che lieve si posa sul volto con delicata insistenza.

Quello che si esprime senza pause

in un alfabeto dalle più alte combinazioni.

La ricerca è da considerarsi sospesa,

momentaneamente disillusa

da quel ramo d’albero che ora copre la visione.

Il moto della Terra ha spostato la Luna in un nascondiglio,

ed è forse così che per la mia scoraggiata felicità

si tratta solo di temporanea eclissi di Luna.

46. “Ovunque”

22 febbraio 2012

Ovunque mi giri vedo una poesia che narra di te.

L’ ogni dove è il ritrovo segreto degli amanti lontani,

al crocevia tra un sogno e un ricordo.

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44. “Un assente”

26 gennaio 2012

Quanta poesia resta inascoltata, quante canzoni.

Le parole scritte a un destinatario disinteressato non fioriscono.

Qualunque sia la loro bellezza, esse restano spente.

Un foglio non è il giusto posto in cui pensarti.

Nemmeno uno spartito lo è.

Togliere le parole alla musica, e la musica al suono.

Vedere il vuoto per quello che è, non indorarlo di metafore.

Sedersi accanto a una sedia vuota, a un tavolo di coppie.

Ciao, come stai tu che non ci sei?

Dove sei? Dove sei? Non lo so, ma so dove mi puoi trovare.

Eccomi, nuda, in verità o per finzione,

in una fotografia o su un letto di pietre.

Sollevo la coperta della notte, e poi rispengo il sole.

Il letto è più caldo se non vedo la tua mancanza.

Non trovo differenza tra il non avere e l’avere avuto,

tra un orfano e un figlio di nessuno:

il presente rimane comunque un assente.

Sconosciuti che riconoscono nei tuo iride bagnato

un certo bagliore di tristezza inconsapevole,

e ti augurano un buon anno nuovo.

Vivere sapendo di morire, non è forse assurdo?

Ipotizzare l’eternità, solo nei film d’amore è concesso.

Ipotizzare la felicità, solo nell’amore è permesso.

Indiscreta nei pensieri, lascio le ombre essere le uniche forme

e non pretendo maggiore lucidità.

Vivi quello che non c’è perché prima o poi tornerà da te.

 

 

38. “Bastardo”

30 novembre 2011

Bastardo. Mi hai fatto entrare in casa tua.

Mi hai fissato con quegli occhi pieni di sesso. A lungo.

Cosa volevi? Che fossi io a spogliare te?

Non ti bastava la mia presenza lì, sulla tua sedia?

La mia corta gonna chiamava le tue piccole mani.

Non la sentivi gridare?

Tu, intenditore di suoni. Tu, abile poeta della chitarra.

Possibile che fossi sordo? fermo?

Eri una statua dalla forma di uomo,

un sultano su quel divano di pelle.

Solo i nostri sguardi si sono toccati.

Incontrati a metà strada,

hanno fatto l’amore per un breve istante.

Poi ho deciso di voltarmi.

E non ti ho fatto più entrare.

 

Il mondo la notte ha sonno.

E’ per questo che ti lascia sola.

Sola a respirare ispirazione.

Sola a invocare liberazione.

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36. “Un po’ nuda”

20 novembre 2011

Gambe nere di autoreggenti e pelle scoperta,

sul pavimento gelido della mia stanza da letto.

Mi piace essere un po’ nuda mentre scrivo queste parole.

L’afflizione d’amore s’accascia su di me

come uomo che mi getta a terra,

e, piegata su me stessa, percepisco lieve il mio profumo.

Nella luce smorzata del lampione attraverso la tenda

intravedo nello specchio una figura discinta.

Ora mi sento meno sola.

Un tocco che non pare il mio si fa strada

dal reggiseno ai suoi segreti,

e nella presa morbida delle voluttuosità che m’appartengono

giurerei di essere qui insieme a te.

Prona o supina in base a dove ti sento

illudo l’aria di poterti incontrare,

ed essa, provata dalle mie menzogne,

punisce i miei sensi ricordandomi dell’inverno.

Ogni piastrella mi punge di freddo,

e i miei occhi vedono i miei stessi occhi riflessi.

Quella stretta che si aggrappa al mio petto

è calda come le tue mani da panettiere,

e io non mi voglio affatto coprire

perché coperta o vestaglia

sarebbe sipario di questo vivente mio sogno.

Non ti so dire di no poiché no non sussiste.

Cos’altro è un no se non

del tuo nome la prima e l’ultima lettera?

Sei tu la negazione, non io.

Io non faccio che accondiscendere all’illusione di te

e discendere con la mano sempre più dentro me.

Stanotte ho fatto una scoperta: tu hai una forma.

Essa si appisola sul letto. A volte sorride. A tratti si sposta il ciuffo,

sempre con lo stesso gesto della mano.

Di tanto in tanto parla, con piccoli intercalari in lingua straniera,

a passo di jazz, sulla stregua dei versi del piacere.

Improvvisamente scoppia a ridere, in una risata sonora,

e breve, tanto quanto l’illusoria percezione

del tempo passato dall’ultima volta che te l’ho sentita creare.

Costantemente ascolta, e segue il ritmo con la bocca.

In certi momenti sembra che essa pensi,

ma quello che pensa, chissà.

Poi mi guardi dritto negli occhi, puntando gli occhi all’obiettivo.

Quel tuo sguardo un po’ perso nel vuoto,

che ho sempre amato come opera d’arte vivente,

si ripropone alla mia vista, fissandomi a sua volta.

Ti rileggo gli occhi e ogni riga della faccia.

E’ quell’espressione che preannuncia qualcosa di buono.

E a me viene voglia di mangiarti, come per un cucchiaio

il suo dolce. Mi gusto ogni tuo sapore,

attraverso uno schermo che però è inodore.

Alla fine sposto lo sguardo:

il tuo è amabilmente perso.

Il mio, invece, guarda inesorabile nel vuoto.

Non dovrei stare qui a scrivere ancora di te,

nel buio di questa notte, alla luce dei miei ricordi.

Rievocarti è un male, e io non dovrei starti a pensare.

Infatti non ti penso, ma sento la tua voce,

e quell’indelebile profumo di musica sulla pelle.

Non voglio più considerare un tuo ritorno,

né adornarti con ogni mio gesto.

Le piogge di sorprese con cui ti bagnavo

ti hanno prosciugato la gentilezza,

perciò tornerò a splendere fino a bruciarti,

se questo mi servirà a cambiare.

Addio, allora, ispirazione di te,

addio, a mai più rivederci,

se non sotto spoglie differenti,

diffidenti da chi vorrà vedere

altro mio amore per te.

Forse un giorno sarò così pazza

dal farti leggere tutte le parole,

quelle mie che ha scritto il cuore,

nell’anno che ho trascinato avanti

senza vivere né morire.

Ma nel frattempo provo a smettere con te,

che sei la mia dipendenza alla nicotina.

Un bicchiere di rum andato a male.

Un pezzo di vetro non raccolto.

Salto dall’altra parte:

provo a non tagliarmi.

Strani modi di comunicare, i nostri.

Sarà che tu non hai molto da dirmi,

quando io invece ho voglia di svelarmi.

Saranno le liquirizie, le distanze e le delizie

a ispirarci questi giochetti sottili di tiro al bersaglio,

con messaggi in codice dalle sembianze di consiglio.

Le nostre dichiarazioni, sotto forma di canzoni,

sono quanto di più sensuale io conosca,

perché così sensualmente si insinuano nella mia mente

ronzandoci dentro a mo’ di mosca.

E a ogni ascolto di una tua canzone

rimando a te quell’emozione,

sintonizzandomi col mio pensiero

sulle frequenze del tuo, finché il testo

che in esso proietto diventa anche suo.

Deciframi i tuoi segreti quali due amanti lieti

che si ritrovano nello stesso letto

e con un solo cuore nel petto.

Decodifica il mio amore come un giorno di ventiquattrore;

lo so che sembra strano, ma non lasciare che ti ami invano.

Rinvieni la chiave che volta la serratura

e, una volta trovata, entrami con cura.

Fa’ passi lenti, ma non temendo la paura,

tieni i lumi spenti che fa già luce la fessura.

Angusto è lo spiraglio dal quale mi vedrai,

come a dirti che non dovresti smettere di sognarmi, mai.

Sebbene le parole abbiano spesso una veste felice,

capita a volte che si comportino da attrice:

ammalia e seduce mostrandosi vogliosa

per poi scoprirsi e non trovare più la sposa.

In quei momenti maledico allora i nostri giochetti,

così afflitti dai tuoi mai e dai furbi dispetti.

Sei scaltro ad allontanarmi con le parole,

ma non abbastanza uomo da farlo alla luce del sole.

Non penso si ricordi di te.

Sai, a dire il vero si è già scordato.

Perché è facile dimenticare l’amore

che è troppo amore

o un bacio che è troppo baciato.

Meglio la mediocrità manifesta delle pianure,

che le montagne a confronto vivono troppo in alto.

Si perdono nelle tue insonnie

i sogni che non hanno tetto;

piovono giù per le scale

fino a toccare terra

ed essere calpestati dalla polvere,

irrespirabile e irreprensibile.

Sputa la verità che trattieni in gola

come sigillo di una bugia

più grande del tuo stomaco malandato.

E c’è Debussy che per caso ti fa compagnia

nella notte che è quasi mattina

e sopra divani che sono quasi spiagge,

per te che tutto si collega a una canzone.

L’unica luce è un artificio di falsità,

il sonno un’astratta entità,

il tempo un pendolo che non va.

Senza contrasto e senza ritegno

il dolore ha la faccia di un insonne:

bianca e spenta lucidità

che meno dorme e meno sa

distinguere l’inganno dalla realtà.

E si ammira con fedeltà

sul riflesso sommesso della sua sedentarietà,

dimora di ovvietà

che finora e fino a sempre

abiterà.

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amore cieco

Ciottoli in un fiume sono piccoli sassi

nei passi lenti o scontrosi delle acque.

Eppure metafore dell’amore trascinato,

dall’amore stesso trainato,

come mi insegnò allegorico il poeta cantautore.

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Di nuovo. Qua.

A farmi tessere i fili del cervello dalle tue oscure idee.

A contemplare la poesia sperando che diventi luce.

Io non ci capisco più niente.

Mi sembra di capire troppo o di non capire affatto.

Ho paura, se penso di aver capito:

quanto ho capito non può essere per me.

No. E’ troppo.

Troppo incantevole per non essere un trucco.

Troppo infuso d’amore per non essere indifferenza.

Allora dimmi: sogno?

No perché io sogno sempre le tue mani,

le tue mani che suonano.

Non possono essere vere quelle dita…

ma perché mi toccano?

perché mi sfiorano la pelle mentre la pelle dorme?

I ricordi inventati dei tuoi tocchi

risuonano dentro di me, a suon di cuore.

Io li registro e li continuo a far suonare.

Sarà per questo che a volte sento il mio cuore

troppo alto e troppo forte per non poterlo ascoltare.

Sarà così, un richiamo d’attenzione

quando la musica parte senza averla fatta partire.

Dice: eccomi, vibro in te.

Scorro nelle tue vene portando parole nel tuo sangue.

Fluisco. Cerco una via, e altro non trovo

che un sentiero verso il cuore,

dove tutta l’anima confluisce

e, confluendo, trema.

Non temere questi brividi regolari e accelerati,

sono la scossa che ti fa ricordare di me.

Soffri in silenzio, lascia cantare

chi sa davvero farlo. Io, canterò per te.

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