Quella tua fotografia

la fisso, incessantemente.

Sono passate due ore, ormai,

e ancora non riesco

a toglierti gli occhi di dosso.

Hai l’espressione un po’ stanca, ma serena.

E’ la serenità della tua libertà,

spazio aperto della tua vita,

impenetrabile da questo schermo.

Sebbene le possibilità

ci consentano scambi,

la verità ha la faccia smarrita:

non ti sa rinvenire per davvero

senza un contatto di occhi.

Questa pagina, che di carta non è fatta,

crea l’illusione di un dialogo di sguardi.

E’ un lontano più vicino

di quanto sembra,

e tuttavia non ancora abbastanza.

Tu trascorri i pomeriggi,

suoni via le giornate.

E cosa sento io

se non rumori bianchi,

costanti supplementi della tua voce?

Dimmi, a chi dedichi le tue canzoni?

Chi inviti coi tuoi suoni?

Sono stata solo una passante

sulla sponda dei tuoi pensieri.

Solo un oggi che passerà ieri.

E lì, che mi hai dato la vita,

lì mi hai lasciata.

Impietrita come insetto nell’ambra

condannato a esistere per quello che era

senza poter divenire di sera in sera.

Ho reciso i passi di un albero che non crescerà,

ho posto la mia fine ad un’estate fa.

Lì mi sono arrestata, e non trovo riavvio.

Lì mi sento tornata e non ne trovo l’addio.