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Le parole, a volte, giocano più dei bambini irrequieti.

Si nascondono e si svelano

in gruppi contrapposti di nemici e amici.

Le vedi giocare alla guerra,

con le armi fatte di plastica

e i cuori fatti di cuori.

Si puntano vicendevolmente il fuoco,

prospettando lotte di trincee assassine.

E quando l’una sembra prevalere,

l’altra, stizzosa, vuole rivendicare il suo dominio.

E’ sangue di rosso di verbi,

è taglio di lettere indesiderate.

La tua penna è il luogo del loro azzuffarsi.

Il tuo foglio, fazzoletto per leccare le ferite.

Neutrale, la tua intenzione da arbitro onesto

si lascia corrompere dall’onestà della verità:

l’inconscio prende posizione.

E si spara il cannone: date inizio agli scontri.

Marciano le convinzioni,

muovono dritte verso le più vere emozioni.

Lussuria è il vostro peccato capitale,

e, per questo male, questo

dovrà essere il vostro destino:

terra su terra

si sotterrano i fermenti che ribollono,

acqua sopra acqua

si spengono gli ardori che scintillano.

E’ troppo “si salvi chi può” per imporsi.

Troppo poco “sia tregua” per abbandonarsi.

Le parole giocano alla guerra

perché non hanno il regalo della libertà,

questo Natale.

Chi è libero non si sbrana col vicino

per sentirsi il migliore,

né tanto meno lega amicizia

con la parola “perdi!”.

Non di bronzo, non di argento,

il trofeo dell’essere libero,

ma di nulla, come il nulla dell’aria

che dà il mistero della vita.

Un oro da primo posto

essendo primo solo a se stesso

e, di nuovo, alla pari di chiunque altro.

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Confondiamo spesso l’eternità

con il momento instabile

in cui ci convinciamo di averla toccata.

Che senso ha avere paura di perderla?

Se fosse come dice di essere,

o perlomeno come noi la leggiamo,

essa ci colorerebbe di certezze.

Al contrario, la nostra mente

è annebbiata il più delle volte,

e gli occhi si scambiano di posto

e le labbra fanno lo stesso.

Troppo a lungo in un medesimo luogo

pare stancare anche i chiodi.

A chi non è mai capitato di calpestarne uno?

Arriva l’attimo in cui

non ne vogliono più sapere del quadro.

E’ più il tempo che sprechiamo a sperare

che quello che investiamo nel vivere.

Ha fatto bene l’uccellino nero a volare via

subito prima che la mia foto si scattasse.

Volevo turbare il suo canto con un click

e conservare quel bucolico incanto

nella memoria di un’immagine.

Ha fuggito l’attimo fuggente, lui,

il piccolo merlo del viale alberato,

insegnandomi che il fiore della vita

non va colto per essere ammirato,

ma lasciato crescere insieme a noi.

55. “Senza valigia”

12 giugno 2012

Quant’è strana questa felicità.

C’è per una cosa che non c’è,

ed è piena come se ci fosse.

Oggi amo l’amore per l’amore stesso,

e in questa meraviglia m’incanto

per quanto sia dannatamente romantica.

In ogni pensiero, in ogni azione, ad ogni intenzione.

Tu sei la sola presenza costante,

l’unica penna dall’infinito inchiostro,

la sola barca dall’infinito fluttuo.

Sei motore di ogni mio passo,

ragione sfrontata della mia audacia,

pazzia giustificata di ogni mia follia.

Colmo la distanza coi sogni notturni,

dove senza valigia ti vengo a trovare,

per raccogliere abbracci lunghi

come le strade che da Milano portano a Roma.

Di giorno ti compro regali,

a volte anche solo con la mente,

per baciarti da lontano.

E poi ti dedico lettere che capita

vadano perdute, se non in cassetti,

di certo nell’aria che raduna le mie parole.

Racconto di te agli artisti

riportandoti a me in presenza di tutti,

come se tu fossi lì ad ascoltare,

mentre la gente viene a sapere di te,

e tu che non ci sei, ci sei lo stesso.

Amare è come vivere una poesia,

solo che non viene impresso sulla carta,

ma sui cuori. E’ la poesia

che cessa di essere forma e diviene contenuto.

E’ la poesia che ha quattro occhi e quattro mani,

due bocche e un unico cuore.

E se passa un treno lo perdiamo volentieri

se non porta all’amato.

Se fuori c’è il sole è ancora buio

quando il nostro giorno è afflitto dalla notte.

Se sogni d’oro è invece ruggine

se lo svegliarsi è privo di lui.

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Il tuo cuore è una palla di sole,

e io strati di nuvole in lontananza,

sovrastati dalle sfumature della tua alba.

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Stanotte ho fatto una scoperta: tu hai una forma.

Essa si appisola sul letto. A volte sorride. A tratti si sposta il ciuffo,

sempre con lo stesso gesto della mano.

Di tanto in tanto parla, con piccoli intercalari in lingua straniera,

a passo di jazz, sulla stregua dei versi del piacere.

Improvvisamente scoppia a ridere, in una risata sonora,

e breve, tanto quanto l’illusoria percezione

del tempo passato dall’ultima volta che te l’ho sentita creare.

Costantemente ascolta, e segue il ritmo con la bocca.

In certi momenti sembra che essa pensi,

ma quello che pensa, chissà.

Poi mi guardi dritto negli occhi, puntando gli occhi all’obiettivo.

Quel tuo sguardo un po’ perso nel vuoto,

che ho sempre amato come opera d’arte vivente,

si ripropone alla mia vista, fissandomi a sua volta.

Ti rileggo gli occhi e ogni riga della faccia.

E’ quell’espressione che preannuncia qualcosa di buono.

E a me viene voglia di mangiarti, come per un cucchiaio

il suo dolce. Mi gusto ogni tuo sapore,

attraverso uno schermo che però è inodore.

Alla fine sposto lo sguardo:

il tuo è amabilmente perso.

Il mio, invece, guarda inesorabile nel vuoto.

Non penso si ricordi di te.

Sai, a dire il vero si è già scordato.

Perché è facile dimenticare l’amore

che è troppo amore

o un bacio che è troppo baciato.

Meglio la mediocrità manifesta delle pianure,

che le montagne a confronto vivono troppo in alto.

Si perdono nelle tue insonnie

i sogni che non hanno tetto;

piovono giù per le scale

fino a toccare terra

ed essere calpestati dalla polvere,

irrespirabile e irreprensibile.

Sputa la verità che trattieni in gola

come sigillo di una bugia

più grande del tuo stomaco malandato.

E c’è Debussy che per caso ti fa compagnia

nella notte che è quasi mattina

e sopra divani che sono quasi spiagge,

per te che tutto si collega a una canzone.

L’unica luce è un artificio di falsità,

il sonno un’astratta entità,

il tempo un pendolo che non va.

Senza contrasto e senza ritegno

il dolore ha la faccia di un insonne:

bianca e spenta lucidità

che meno dorme e meno sa

distinguere l’inganno dalla realtà.

E si ammira con fedeltà

sul riflesso sommesso della sua sedentarietà,

dimora di ovvietà

che finora e fino a sempre

abiterà.

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