Volto la chiave nella serratura

e mi chiudo fuori.

Come la Signora dei Fiori in una canzone che amavo.

Lo spazio germoglia qui, dal pianerottolo al giardino,

dal portaombrelli al viale alberato.

E parto alla ricerca di una stazione.

E’ la mia meta, non un passaggio.

Una concatenazione di intenti, di fughe e ritorni.

Di ruote alle valigie, di prezzi troppo alti.

Mi siedo al binario più lontano,

se non lo conosci non lo troverai mai.

Mi sento più a casa così,

nell’incertezza del viaggio e nel degrado dei graffiti.

Nessun addio alle mie spalle,

tutti mi vogliono e nessuno mi fa restare.

Meglio ancorarmi qui, finché posso,

finché la marea di gente che mi reclama

non mi sommerga di insulti travestiti da amore materno.

Mistificare il disprezzo e spacciarlo per apprensione.

E’ troppo scontato partorire con dolore.

Almeno, qui, non devo niente a nessuno.

Almeno, qui, io non sono nessuno.

Vi è solo uno scopo: transitare.

E il banchiere e il barbone hanno qualcosa in comune.

Ho una borsa con pochi averi

e una foto che mi fa da specchio.

Ci sarà qualcuno a cui regalare il mio nome.

L’uomo degli annunci ha la stessa voce ovunque,

e il pensiero di quei numeri

e di quelle destinazioni dallo stesso tono

mi rassicurano e mi rincuorano.

Perché dove si sfreccia io voglio volare?

E’ tanto bello, qui…

Conto i passanti e conto di passare inosservata.

In fondo non ho nulla di speciale

e mi piace non essere riconosciuta.

Ma la città è piccola, e il mondo lo è di più,

e presto o tardi mi richiederanno di provare la mia esistenza.

I miei doveri, le mie scadenze.

Tutti i libri che ho preso in prestito.

Non fare un figlio se sopporti solo te stesso.

C’è sempre un orario del treno a scandire il tempo,

anche se il tempo materiale si è fermato

sul mio peso morto.

Almeno, qui, posso piangere senza chiudere la porta.

Almeno, qui, le mie lacrime si sanno confondere.

E vorrei chiamarti per sentire la tua voce,

ma non ho il diritto di rompere il tuo silenzio.

Così aspetto, e se non altro questo vuoto non mi offende.

Non essere mai al primo posto nell’animo di nessuno.

Poco importa,

senza un biglietto un treno vale l’altro.

E forse quel treno qualunque sono proprio io.

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55. “Senza valigia”

12 giugno 2012

Quant’è strana questa felicità.

C’è per una cosa che non c’è,

ed è piena come se ci fosse.

Oggi amo l’amore per l’amore stesso,

e in questa meraviglia m’incanto

per quanto sia dannatamente romantica.

In ogni pensiero, in ogni azione, ad ogni intenzione.

Tu sei la sola presenza costante,

l’unica penna dall’infinito inchiostro,

la sola barca dall’infinito fluttuo.

Sei motore di ogni mio passo,

ragione sfrontata della mia audacia,

pazzia giustificata di ogni mia follia.

Colmo la distanza coi sogni notturni,

dove senza valigia ti vengo a trovare,

per raccogliere abbracci lunghi

come le strade che da Milano portano a Roma.

Di giorno ti compro regali,

a volte anche solo con la mente,

per baciarti da lontano.

E poi ti dedico lettere che capita

vadano perdute, se non in cassetti,

di certo nell’aria che raduna le mie parole.

Racconto di te agli artisti

riportandoti a me in presenza di tutti,

come se tu fossi lì ad ascoltare,

mentre la gente viene a sapere di te,

e tu che non ci sei, ci sei lo stesso.

Amare è come vivere una poesia,

solo che non viene impresso sulla carta,

ma sui cuori. E’ la poesia

che cessa di essere forma e diviene contenuto.

E’ la poesia che ha quattro occhi e quattro mani,

due bocche e un unico cuore.

E se passa un treno lo perdiamo volentieri

se non porta all’amato.

Se fuori c’è il sole è ancora buio

quando il nostro giorno è afflitto dalla notte.

Se sogni d’oro è invece ruggine

se lo svegliarsi è privo di lui.

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Hai ragione, amore: non ti dico mai che ti amo.

Scrivere questa poesia è come tacere ancora,

è come urlare nei pensieri,

è come sincronizzare le movenze delle labbra

alle parole di una canzone.

Ti ho parlato nel silenzio:

ogni istante vuoto di voce pronunciava afono quelle parole.

Non te ne faccio una colpa se non le hai udite.

Prego però l’ignoto dio del tuo cuore

che tu le abbia vedute, quelle parole.

La bocca è codarda, ma lo sguardo è onesto.

Hai letto i miei occhi?

Li hai visti perdere il loro colore d’autunno

ed ereditare dalle lacrime

il rosso del fuoco che brucia il presente

e che ti riporta lontano da me?

Ogni sfumatura,

ogni fluttuazione delle palpebre,

ogni ciglia desta o trasognante

era spoglia dalla menzogna dell’ombra

in cui verteva il mio timido silenzio

e assolveva il compito comunicativo

di cui sono solite le parole dette.

Non contare quante volte te l’ho dichiarato;

conta piuttosto quante volte non te l’ho confessato.

È questo il numero di volte che l’ho ingoiato,

per intero, dalla prima all’ultima lettera,

senza che tu potessi percepirne l’esistenza.

Come scordare la tua prima volta…

Come scordare la mia unica.

Fare l’amore e dire “amore, ti amo”.

Togliermi il respiro

e lasciarmi sulla lingua

una sola frase di simmetria dei sentimenti:

anch’io, anch’io.

Udirti fu come riflettermi in te,

ma il maremoto interiore che mi si scatenò in corpo

mi paralizzò bocca e senno,

prosciugandomi di ogni risposta

degna della sua dichiarazione.

Eppure lo sento, sai,

e trasformo quelle parole

in gesti, sospiri, pietanze, poesie.

Tocchi, baci, spinte, fantasie.

Attese. Biglietti del treno.

“Tu mi fissi”, mi dicesti stupito una volta,

“quando non ti guardo, tu mi fissi”.

Ti fisso per imprimere su di te

l’astrazione delle parole pensate,

perché specchiandoti tu le possa leggere.

Ma hai ragione, amore.

Per quanto la tua voce abbia suoni celestiali,

dovrei e vorrei interrompere tale idillio

intervallando la tua tacita lettura dei miei messaggi in codice

con un sonoro intreccio di lettere.

È la paura insensata di tremare troppo

ad avermi cucito le labbra sino ad ora.

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53. “No / Sì”

28 maggio 2012

Vado a letto.

No, non a dormire. No, non a fare l’amore.

Vado a letto e basta,

a seguire il ciclo naturale

della luce e del buio,

del pianto notturno e del mal di testa mattutino.

Prevedo un’alba senza sole,

e quando tu mi dirai che ciò è impossibile,

io ti dirò che un sole offuscato

è come una luna senza riflesso.

La presenza negata non è forse mancanza?

La vicinanza non consumata

non è forse distanza rimasta intatta?

Vorrei spezzare un oggetto per poi ricostruirlo,

provare a me stessa che i cocci e i puzzle

hanno vita comune.

Se il domani fosse umano

chissà che volto avrebbe.

Ho visto tante raffigurazioni di Dio,

eppure nessuna mi ha mai soddisfatto.

Sono più quelli amati che quelli che amano,

come si spiega questo?

Voglio in regalo un fiore,

ma disprezzo chi uccide.

Voglio un equilibrio,

ma salgo e scendo,

ingrasso e dimagrisco,

mangio e vomito.

Donami un tuo specchio

e lasciaci dentro la tua immagine.

Scrivimi una parola e inviamela per posta.

Una sola parola basta.

Cancella la linea gialla dal binario della stazione

e fischia solo l’arrivo.

Alla partenza è sufficiente non partire.

La lancetta dei secondi si velocizza,

la luna sorge vecchia, il tè si decolora, la valigia esplode.

Non capisco, è la terra che trema

o è il mio cuore che batte a sbattere il letto?

Stare per baciarti e non aver paura di morire,

arriva così in alto l’amore?

Sì.

Perciò sali, te ne prego.

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Questo momento lungo da Roma a Milano non doveva arrivare.
Viaggio sempre al contrario, con la meta alle spalle.
Roma, indaffarata a essere bella, riposa ormai nella memoria,
quella memoria fresca dal gambo appena reciso che profuma ancora di nuovo.
E accanto alle tue parole da poeta, le mie non riescono più a ingegnarsi
e si compongono tristi e prive di genio.
Sono triste perché o la felicità non esiste o è solo un sogno.
Avevo una felicità, ma essa dimora ora in un luogo della mente,
e anche se non perfetta, era pur sempre felicità…
Scrivo sul biglietto dell’andata, in questo ritorno che non è un ritrovare.
Attendo che il controllore attesti la mia svogliata presenza su questo treno
e mi chiedo come faccia a non piangere a ogni occhio malinconico che incontra.
Respiro dalla bocca perché il naso è impegnato a ricordare il tuo odore,
mentre mi guardo le mani disperarsi per la loro nudità senza tatto.
Forse piango perché vorrei nuotare verso te.
E ti baciavo sempre per soffocare le parole.
Era meglio non fare domande. Era meglio non fare richieste.
Vivere di fortuna, di monetine nelle fontane.
Vivere qui e adesso senza pensare alle distanze.
Non avevo mai pensato che il primo e l’ultimo giorno dell’anno
fossero in fondo lo stesso giorno.
Un tuo amico poeta, dagli occhi intensi di chi guarda il mondo con mille occhi,
mi diceva: “Sai, Paola, la distanza non esiste.
A che serve la mente se non a viaggiare verso l’ovunque?
La vita è solo un universo parallelo, la pelle è un’illusione”.
Io allora guardo te che non ricordi e cerco di capire.
So che fa freddo.
In questo limbo che pare immobile, la pioggia ha rigato i vetri del treno
e i vetri trasmettono solo vuoto.
Il buio non cancella, il buio crea.
E nel niente della mancanza di colore, vedo tutte le sfumature dell’arcobaleno.
Ho pensato a te mentre pioveva, ed è spuntato.
Al tuo amico poeta, che in seguito mi chiese quale fosse per me la morale della serata,
io risposi che ci avrei dovuto pensare.
Ora la conosco:
la distanza esiste.
Ma basta lasciarsi bagnare dalla pioggia
e aspettare che la scala dell’arcobaleno si dispieghi un po’ su di noi
e ci faccia salire.