46. “Ovunque”

22 febbraio 2012

Ovunque mi giri vedo una poesia che narra di te.

L’ogni dove è il ritrovo segreto degli amanti lontani,

al crocevia tra un sogno e un ricordo.

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Idiot, as a woman in love.

Wounded, like a dented car.

Condemned, judged by a criminal,

drawn in pencil by an old maid,

advised by a little girl.

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44. “Un assente”

26 gennaio 2012

Quanta poesia resta inascoltata, quante canzoni.

Le parole scritte a un destinatario disinteressato non fioriscono.

Qualunque sia la loro bellezza, esse restano spente.

Un foglio non è il giusto posto in cui pensarti.

Nemmeno uno spartito lo è.

Togliere le parole alla musica, e la musica al suono.

Vedere il vuoto per quello che è, non indorarlo di metafore.

Sedersi accanto a una sedia vuota, a un tavolo di coppie.

Ciao, come stai tu che non ci sei?

Dove sei? Dove sei? Non lo so, ma so dove mi puoi trovare.

Eccomi, nuda, in verità o per finzione,

in una fotografia o su un letto di pietre.

Sollevo la coperta della notte, e poi rispengo il sole.

Il letto è più caldo se non vedo la tua mancanza.

Non trovo differenza tra il non avere e l’avere avuto,

tra un orfano e un figlio di nessuno:

il presente rimane comunque un assente.

Sconosciuti che riconoscono nei tuo iride bagnato

un certo bagliore di tristezza inconsapevole,

e ti augurano un buon anno nuovo.

Vivere sapendo di morire, non è forse assurdo?

Ipotizzare l’eternità, solo nei film d’amore è concesso.

Ipotizzare la felicità, solo nell’amore è permesso.

Indiscreta nei pensieri, lascio le ombre essere le uniche forme

e non pretendo maggiore lucidità.

Vivi quello che non c’è perché prima o poi tornerà da te.

 

 

Se tu fossi regista, e io attrice,

ora mi potresti riprendere ascoltare

il suono dell’acqua cadere dalle tue dita.

Come vorrei essere pianoforte.

Esaudire il tuo sogno d’infinito

attraverso i miei tasti

e farti sospirare in bianco e nero.

Tu, che dell’arte sei allievo e maestro,

ne trarresti da artigiano della musica

il massimo splendore,

e beati ne sarebbero i presenti.

Beami ancora un po’ di queste perle di catarsi,

oh immagine sublime

che di quest’apostrofe sei referente,

e lasciati dar vita

nel buio creativo di questa stanza da letto.

Un tempo mi dicesti serio,

con l’onestà di un ubriaco,

che sarei dovuta diventare pianista.

Smettere di bramare le tue corde

per concedermi ai tocchi sopraffini

delle piume sulle ali.

Angelico fosti allora,

nella verità segreta di una frase non più ricordata;

e ci sono io che la raccolgo ora,

lettera dopo lettera,

per renderle giustizia e ricostruirne la memoria.

Mi sciolgo i capelli incatenati

e respiro libertà.

Sono libera di credere che le tue esortazioni

fossero per plasmarmi amante perfetta;

che gli occhi tiepidi nonostante il freddo

non mentissero sul loro stato di vita.

Tu non menti mai.

Piuttosto fai rispondere il silenzio,

non sporcandoti le mani,

ma non menti mai.

E se prometti ciò che non puoi offrire

dimentichi di aver messo la mano sul cuore,

così la promessa non avrà più alcun valore.

E’ per questo che ti credo incondizionatamente,

e non ho aspettative sul tutto

e non ho aspettative sul niente.

Saperti a mille chilometri da qui è angosciante.

Riascoltarti nelle note mai create

della pianista che c’è in me

inasprisce di surreale quest’inquietudine

e dà un sottofondo propenso all’infondata attesa

di un’ascesa alle più ultime realtà.

Vaneggio mentalmente.

Chiamo le canzoni con la forza del pensiero

e mi illudo che tu le possa origliare.

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Per il vostro 2012

14 gennaio 2012

Cliccare qui.

Pochi giorni a Natale e poche ore a domani.

Piazza della Scala s’illumina di freddo

e la neve colora le aiuole di bianco.

Mi piace questo posto.

Trovo che qui Milano dia il meglio di sé.

L’avvento veste di romantico gli alberi spogli

e le finestre di Palazzo Marino luccicano d’oro.

Abili pensieri hanno creato un gioco di ombre sul teatro,

e io mi fermo lì ad ammirare.

C’è un pianoforte in sottofondo,

ma non so bene da dove provenga.

Quest’aura magica mi risuona nella testa

e d’un tratto i miei occhi si incantano.

Sulla Scala vedo immagini in movimento,

grandi sagome di sogni non sopiti.

Io ho tanti sogni, quasi tutti irrealizzabili.

Li proietto davanti a me,

su quello schermo di lunga storia,

e mi godo lo spettacolo.

Come uno specchio, la Piazza si guarda

riflessa nella sua forma e nei suoi personaggi.

Un contorno di uomo spazza i ricordi di neve

sulle panche di pietra,

e fa sedere la sua donna.

Non vedo i tratti di quei volti,

ma riconosco i giochi delle loro mani:

lei in lui, come fosse il suo guanto.

La notte gelida e bianca si cala sempre più pesante

su quei due corpi disegnati insieme,

accerchiandoli ogni istante di più,

fino a comprimerli in una stretta bolla d’aria.

Vista da dove sono

– con la faccia fissa su quella tela bicromatica –

la scena è nitida.

I due amanti sembrano una decorazione stilizzata

su una pallina di Natale,

una raffigurazione evocativa di un episodio di una favola.

E mi stuzzica la voglia di sapere come continuerà…

Ma ecco che passa il Due,

col suo colore di candito.

I campanellini segnano a festa la fermata

e si sovrappongono alle note

di quel pianoforte in lontananza.

Torno alla realtà.

L’incantesimo svanisce senza che io abbia

ultimato il mio sogno.

Neanche in sogno riesco a sognare.

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41. “Jolene”

19 dicembre 2011

Attendo, senza voglia di raggiungerlo,

l’istante in cui mi dirai “non ti voglio”.

Chi vuoi, tu, stanotte?

Maledizione alle belle labbra altrui,

sempre più sirene delle mie.

Maledizione ai loro richiami disonesti,

eco di un’antica speranza disattesa.

Marcisce un po’ il mio cuore

nel percepire l’avvicinamento alla mia data di scadenza.

Io vorrei sempre essere frutto

tra le foglie di un albero in fiore.

Vorrei essere un dolce non ancora spartito.

Vorrei essere un foglio bianco

tra le pagine del tuo libro di poesie,

o se possibile

una parola fresca d’inchiostro rosso.

Vorrei non maturare mai.

E mi lascio prendere dai timori d’addio

e dalle tue mani distanti,

e mi si secca la bocca dai troppi baci

o dalle parole non dette.

Squilibrata come sei solita essere,

cammini sulla linea gialla della banchina

noncurante del treno che sta per passare.

Vorresti essere all’aria aperta,

a respirare reciprocità

in parchi a forma di cuori,

ma sottoterra l’ossigeno scarseggia

e la felicità è rarefatta.

Non innamorarti del sole,

anch’esso un giorno esploderà

e cesserà di esistere.

Faresti meglio a tornare al bianco e nero

dell’assenza di colori,

perché solo non conoscendo puoi non amare.

E gli occhi chiari dell’ennesima Jolene della tua vita

non avrebbero più ragione d’essere.

40

Il tuo cuore è una palla di sole,

e io strati di nuvole in lontananza,

sovrastati dalle sfumature della tua alba.

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Ti scrivo.

Non mi leggerai mai,

ma ti voglio scrivere.

Notte su notte

scrivo lacrime sulle gote,

giorno dopo giorno

ritorno innamorata di ritorno.

Mi trovo sempre

a invocare una penna,

che l’inchiostro sappia ascoltare.

Detto immagini di sfogo

in parole di quadro

e narro storie di appassire

in rose da raccontare.

Fedele è il quaderno

che raccoglie i miei sussulti,

profumato di ricordi stagionali.

E arricchito,

di dettagli un po’ carnali,

di scandali ideali.

Da promesse non formali

in sorrisi particolari

a idee complementari

alle idee naturali

spazia il germe del divenire amore.

E non tardi

si accovaccia sul tappeto del dolore,

come una rima che va a caccia

senza ritegno né pudore

e si accontenta dello scontato

nell’indagine del creato

e dimora in luoghi comuni non marginali

piuttosto che in quelli surreali.

Allora il previsto

prende la forma della previsione,

il mai visto quella dell’aquilone

che sa nuotare tra le nuvole

nel mare del cielo,

e sa scegliere quando toccare terra

o quando librare in volo.

Non è del tutto libero,

ma almeno può incontrare

la sua fantasia.

Non come lo scontato

che non può scontare

la sua malattia.

38. “Bastardo”

30 novembre 2011

Bastardo. Mi hai fatto entrare in casa tua.

Mi hai fissato con quegli occhi pieni di sesso. A lungo.

Cosa volevi? Che fossi io a spogliare te?

Non ti bastava la mia presenza lì, sulla tua sedia?

La mia corta gonna chiamava le tue piccole mani.

Non la sentivi gridare?

Tu, intenditore di suoni. Tu, abile poeta della chitarra.

Possibile che fossi sordo? fermo?

Eri una statua dalla forma di uomo,

un sultano su quel divano di pelle.

Solo i nostri sguardi si sono toccati.

Incontrati a metà strada,

hanno fatto l’amore per un breve istante.

Poi ho deciso di voltarmi.

E non ti ho fatto più entrare.

 

Il mondo la notte ha sonno.

E’ per questo che ti lascia sola.

Sola a respirare ispirazione.

Sola a invocare liberazione.

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36. “Un po’ nuda”

20 novembre 2011

Gambe nere di autoreggenti e pelle scoperta,

sul pavimento gelido della mia stanza da letto.

Mi piace essere un po’ nuda mentre scrivo queste parole.

L’afflizione d’amore s’accascia su di me

come uomo che mi getta a terra,

e, piegata su me stessa, percepisco lieve il mio profumo.

Nella luce smorzata del lampione attraverso la tenda

intravedo nello specchio una figura discinta.

Ora mi sento meno sola.

Un tocco che non pare il mio si fa strada

dal reggiseno ai suoi segreti,

e nella presa morbida delle voluttuosità che m’appartengono

giurerei di essere qui insieme a te.

Prona o supina in base a dove ti sento

illudo l’aria di poterti incontrare,

ed essa, provata dalle mie menzogne,

punisce i miei sensi ricordandomi dell’inverno.

Ogni piastrella mi punge di freddo,

e i miei occhi vedono i miei stessi occhi riflessi.

Quella stretta che si aggrappa al mio petto

è calda come le tue mani da panettiere,

e io non mi voglio affatto coprire

perché coperta o vestaglia

sarebbe sipario di questo vivente mio sogno.

Non ti so dire di no poiché no non sussiste.

Cos’altro è un no se non

del tuo nome la prima e l’ultima lettera?

Sei tu la negazione, non io.

Io non faccio che accondiscendere all’illusione di te

e discendere con la mano sempre più dentro me.

35. “Scripta manent”

13 novembre 2011

Poco fa mi è venuto alla mente come non l’abbia mai fatto

di scrivere a penna le parole ti amo.

Mai le mie mani hanno fatto quel movimento,

un gesto lento e affusolato che delineasse

su una superficie di qualsiasi genere quella forma.

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Stasera mi sento brutta. Priva di valore.

Sarà la solitudine, che di nero mi vestiva,

ad aver dipinto il mio specchio.

Non c’è specchio più assassino

dello specchio dei miei occhi.

Ne resto trafitta.

Vedo ciò che sento, che in questo momento

altro non è

che un grosso carico sulle spalle.

Sono pesante. Mi vedo in tutta la mia gravità.

Incedo a passi gravi sulle pietre del pavimento,

affondo una massa deforme nelle pieghe del divano.

Sono qui per cosa? Per guardare.

Gente felice e ignara della propria felicità.

Per contrasto mi misuro,

come una matita a grafite

su un pezzo di carta segnato.

Il loro colore è il nero del mio buio,

e io mi sento nuovamente brutta.

C’è qualcuno qui che mi vede bella?

Se c’è, parli.

Insultatemi pure, vomitandomi addosso

la verità.

Io non piangerò

perché avrò già capito.

Desisto dal farmi un nulla.

Desisto,

e tutto è davvero troppo.

Stanotte ho fatto una scoperta: tu hai una forma.

Essa si appisola sul letto. A volte sorride. A tratti si sposta il ciuffo,

sempre con lo stesso gesto della mano.

Di tanto in tanto parla, con piccoli intercalari in lingua straniera,

a passo di jazz, sulla stregua dei versi del piacere.

Improvvisamente scoppia a ridere, in una risata sonora,

e breve, tanto quanto l’illusoria percezione

del tempo passato dall’ultima volta che te l’ho sentita creare.

Costantemente ascolta, e segue il ritmo con la bocca.

In certi momenti sembra che essa pensi,

ma quello che pensa, chissà.

Poi mi guardi dritto negli occhi, puntando gli occhi all’obiettivo.

Quel tuo sguardo un po’ perso nel vuoto,

che ho sempre amato come opera d’arte vivente,

si ripropone alla mia vista, fissandomi a sua volta.

Ti rileggo gli occhi e ogni riga della faccia.

E’ quell’espressione che preannuncia qualcosa di buono.

E a me viene voglia di mangiarti, come per un cucchiaio

il suo dolce. Mi gusto ogni tuo sapore,

attraverso uno schermo che però è inodore.

Alla fine sposto lo sguardo:

il tuo è amabilmente perso.

Il mio, invece, guarda inesorabile nel vuoto.

Non dovrei stare qui a scrivere ancora di te,

nel buio di questa notte, alla luce dei miei ricordi.

Rievocarti è un male, e io non dovrei starti a pensare.

Infatti non ti penso, ma sento la tua voce,

e quell’indelebile profumo di musica sulla pelle.

Non voglio più considerare un tuo ritorno,

né adornarti con ogni mio gesto.

Le piogge di sorprese con cui ti bagnavo

ti hanno prosciugato la gentilezza,

perciò tornerò a splendere fino a bruciarti,

se questo mi servirà a cambiare.

Addio, allora, ispirazione di te,

addio, a mai più rivederci,

se non sotto spoglie differenti,

diffidenti da chi vorrà vedere

altro mio amore per te.

Forse un giorno sarò così pazza

dal farti leggere tutte le parole,

quelle mie che ha scritto il cuore,

nell’anno che ho trascinato avanti

senza vivere né morire.

Ma nel frattempo provo a smettere con te,

che sei la mia dipendenza alla nicotina.

Un bicchiere di rum andato a male.

Un pezzo di vetro non raccolto.

Salto dall’altra parte:

provo a non tagliarmi.

Strani modi di comunicare, i nostri.

Sarà che tu non hai molto da dirmi,

quando io invece ho voglia di svelarmi.

Saranno le liquirizie, le distanze e le delizie

a ispirarci questi giochetti sottili di tiro al bersaglio,

con messaggi in codice dalle sembianze di consiglio.

Le nostre dichiarazioni, sotto forma di canzoni,

sono quanto di più sensuale io conosca,

perché così sensualmente si insinuano nella mia mente

ronzandoci dentro a mo’ di mosca.

E a ogni ascolto di una tua canzone

rimando a te quell’emozione,

sintonizzandomi col mio pensiero

sulle frequenze del tuo, finché il testo

che in esso proietto diventa anche suo.

Deciframi i tuoi segreti quali due amanti lieti

che si ritrovano nello stesso letto

e con un solo cuore nel petto.

Decodifica il mio amore come un giorno di ventiquattrore;

lo so che sembra strano, ma non lasciare che ti ami invano.

Rinvieni la chiave che volta la serratura

e, una volta trovata, entrami con cura.

Fa’ passi lenti, ma non temendo la paura,

tieni i lumi spenti che fa già luce la fessura.

Angusto è lo spiraglio dal quale mi vedrai,

come a dirti che non dovresti smettere di sognarmi, mai.

Sebbene le parole abbiano spesso una veste felice,

capita a volte che si comportino da attrice:

ammalia e seduce mostrandosi vogliosa

per poi scoprirsi e non trovare più la sposa.

In quei momenti maledico allora i nostri giochetti,

così afflitti dai tuoi mai e dai furbi dispetti.

Sei scaltro ad allontanarmi con le parole,

ma non abbastanza uomo da farlo alla luce del sole.

Non penso si ricordi di te.

Sai, a dire il vero si è già scordato.

Perché è facile dimenticare l’amore

che è troppo amore

o un bacio che è troppo baciato.

Meglio la mediocrità manifesta delle pianure,

che le montagne a confronto vivono troppo in alto.

Si perdono nelle tue insonnie

i sogni che non hanno tetto;

piovono giù per le scale

fino a toccare terra

ed essere calpestati dalla polvere,

irrespirabile e irreprensibile.

Sputa la verità che trattieni in gola

come sigillo di una bugia

più grande del tuo stomaco malandato.

E c’è Debussy che per caso ti fa compagnia

nella notte che è quasi mattina

e sopra divani che sono quasi spiagge,

per te che tutto si collega a una canzone.

L’unica luce è un artificio di falsità,

il sonno un’astratta entità,

il tempo un pendolo che non va.

Senza contrasto e senza ritegno

il dolore ha la faccia di un insonne:

bianca e spenta lucidità

che meno dorme e meno sa

distinguere l’inganno dalla realtà.

E si ammira con fedeltà

sul riflesso sommesso della sua sedentarietà,

dimora di ovvietà

che finora e fino a sempre

abiterà.

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Ventisette ottobre.

Ore una e quattordici della notte:

è quanto segna lo schermo

di questo aggeggio insensibile,

sopra la fotografia

di un pomeriggio azzurro cielo,

scattata sdolcinatamente

in un momento di romanticismo nostalgico.

Quella luna del pomeriggio

riecheggia sogni

non ancora addormentati,

rintoccando scadenze

mai del tutto passate.

Ora che attendo di vivere il giorno

che mi ritroverò sulla testa

accanto al cuscino,

mi chiedo se quel giorno, tu,

ti ricorderai di me.

amore cieco

Ciottoli in un fiume sono piccoli sassi

nei passi lenti o scontrosi delle acque.

Eppure metafore dell’amore trascinato,

dall’amore stesso trainato,

come mi insegnò allegorico il poeta cantautore.

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Di nuovo. Qua.

A farmi tessere i fili del cervello dalle tue oscure idee.

A contemplare la poesia sperando che diventi luce.

Io non ci capisco più niente.

Mi sembra di capire troppo o di non capire affatto.

Ho paura, se penso di aver capito:

quanto ho capito non può essere per me.

No. E’ troppo.

Troppo incantevole per non essere un trucco.

Troppo infuso d’amore per non essere indifferenza.

Allora dimmi: sogno?

No perché io sogno sempre le tue mani,

le tue mani che suonano.

Non possono essere vere quelle dita…

ma perché mi toccano?

perché mi sfiorano la pelle mentre la pelle dorme?

I ricordi inventati dei tuoi tocchi

risuonano dentro di me, a suon di cuore.

Io li registro e li continuo a far suonare.

Sarà per questo che a volte sento il mio cuore

troppo alto e troppo forte per non poterlo ascoltare.

Sarà così, un richiamo d’attenzione

quando la musica parte senza averla fatta partire.

Dice: eccomi, vibro in te.

Scorro nelle tue vene portando parole nel tuo sangue.

Fluisco. Cerco una via, e altro non trovo

che un sentiero verso il cuore,

dove tutta l’anima confluisce

e, confluendo, trema.

Non temere questi brividi regolari e accelerati,

sono la scossa che ti fa ricordare di me.

Soffri in silenzio, lascia cantare

chi sa davvero farlo. Io, canterò per te.

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Rincorro sogni correndo più forte di loro

e sorpasso le verità non lasciandomi seguire.

Così mi ritrovo nel bel mezzo del nulla più aperto,

come è il cielo senza luna.

Scorgo la meta percorrendo il paesaggio,

intravedo la fine già a metà del viaggio.

E non mi oriento tra la folla se la folla è solitaria:

più persone come una

non fanno che confondere come nessuna.

Chiedo un braccio a chi è cieco,

e il cieco mi chiede un occhio.

Rispondo che tanto non so vedere

se sul cuore c’è il malocchio.

La sfortuna di chi non è corrisposto

è la fortuna della poesia,

che si nutre di un vago vasto

nel mare della sua sofia.

Corrode le menti più acute nei girovagare di parole,

ritrova quelle perdute nei girotondi fuori le scuole.

Come se la tua infanzia vivesse una nuova gioventù,

restituendoci bambini senza peccati né virtù.

Quando il mondo ha il senso del nonsenso,

e la nitidezza della chiarezza

 rispecchia il mistero dell’incomprensione,

allora, se ad oggi mi sento incapace di capire,

capisco che fanciulla sono di nuovo finita per tornare.

Solo che un tempo il non trovarsi più

era lo specchio di un gioco ingenuo,

del tutto privo di quell’incertezza asfissiante

che oggi ci arresta il respiro

e ci induce a domandare a un passante

quale sia la via più adatta da imboccare.

Chiederemo sempre indicazioni,

eppure seguiremo soli la nostra strada:

chissà che mai conduca a ritrovare chi siamo.

Appunti.

Di una felicità so di essere felice: quella dei sogni belli.

Mi chiedo come sia possibile,

visto che la loro inconsistenza ha lame da coltelli.

E tagliano e recidono i rami della realtà

mentre zitti si annidano sulle radici della volontà.

Crescono fiori di speranze in giardini di vanità,

coltivano un amore di vuote qualità.

Perché la pienezza è quella dell’onestà,

la cui patria non dà dimora a chi invece se ne va.

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“Tu non c’eri”.

No. Non dirmi così.

Negando la mia presenza al tuo richiamarmi

non fai che esaltare la pienezza

della mia mancanza di addio.

Io c’ero. Io ci sono stata.

Tu, ci sei quando non ti trovi.

Tu, vai via se non ti perdi.

Chiamo le oscillazioni coi loro nomi d’arte

e ti regalo in dono un’altalena.

Giochi. Ti piace giocare.

Su e giù, come acqua che hai ingoiato

e che non vuoi digerire.

Respiri al contrario.

Vomiti sentenze in singhiozzi soffocanti

e affatichi la voce strozzandoti coi lamenti.

Vuoi scoprire il tesoro?

Cercalo.

Se si fa trovare da solo, e tu guardi altrove,

è lo stesso nascosto.

Vuoi conoscere la verità?

Ascoltala.

Se la invochi, e parli sulle sue parole,

non avrà lo stesso una bocca.

Voglio capire se la tua poesia

rispecchi la poesia che sei.

E se davvero voglio capirlo

devo smetter di chiedermelo.

Buio, sonoro come quello di un cinema.

Odio il buio del cinema perché so che in quel buio

non ho nulla da trovare.

Se cerco una mano, non c’è nessuna mano da carezzare.

Se una spalla, nessuna spalla su cui poggiare.

Mi posso voltare, e voltandomi sognare,

ti potrei guardare senza sapere di immaginare.

E’ notte a tutte le ore in queste sale,

mentre uno schermo riflette luce da interpretare.

Lei è stella, tu sei firmamento,

lei è vera, tu sei solo un intento.

Perché le sue storie hanno corpi, forme di esseri umani,

le tue sono corti, come dall’oggi al domani.

E se intorno osservi la gente

ti avvedrai ancor più di quanto tu non hai niente,

se non una triste felicità per un uomo che non sarà mai qua,

per un amore che ti respingerà e che ti logorerà.

Voi, che d’essere amati avete il privilegio,

pensate mai di svelarne il sortilegio?

Perché se si tratta di magia, apprendista mi farei.

Se di trovare la via, bussola diventerei.

Non vantatevi di quanto avete conquistato,

di quanti baci avete dato.

Perché la vostra felicità

è il negativo della nostra tetra verità.

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Cerco.

Cerco senza trovare.

Quel pomeriggio non fu di studio,

come doveva essere. Ma di poesia.

Eri bellissimo, quella sera,

e nel pomeriggio dopo io ti volevo invocare.

Così lo feci: seguii l’ispirazione

che la tua apparizione

mi aveva lasciato sulle labbra delle dita.

E scrissi.

Non avevo grandi parole con me,

non me le ero portate dietro;

ma cercai di dedicarti con tutta la mia dedizione

l’onesta devozione che si era insinuata in me.

In me, per te.

Pura la spinta inarrestabile

che mi lanciava verso le tue mete.

Travolgente l’insanabile desiderio

di pendere dalle tue labbra.

Così, in un gioco appagante di scambio di ruoli,

barattai il tuo culto con la mia preghiera,

offrendo con religiosa pietà

la mia anima appena consunta di neonato amore.

Scrissi della panchina da cui ammiravo il tuo splendore,

(e ancora non ti conoscevo).

Scrissi dei tuoi piedi, così musicali e garbati,

e della loro danza su se stessi e sulla mia ombra,

(e ancora non potevamo ballare insieme).

Scrissi delle ore e del loro volteggiare,

(e ancora eri per me attorno a mezzanotte).

Scrissi della prova che dovevamo affrontare,

(e ancora eri per la certezza

terreno incolto da raschiare).

Cantai della voce che la tua chitarra accompagnava,

(e ancora non ti avevo davvero sentito parlare).

Cantai dell’esplosione che mi implodeva dentro,

della nozione di improvviso sgomento.

Dell’altare di te divino, della tenerezza di te piccino.

Grazie ai ricordi incisi sulla memoria di un foglio

potrò toccare con mano i primordi del risveglio

di un cuore malato di non amore,

di un colore affetto da timido pallore.

Nella chiusa dell’ode,

un’onda (a vento) di accorata speranza

travolgeva le porte aperte di un finale senza fine.

Spalancava le imposte sui più verdi giardini

e collezionava, a sua insaputa, rosee previsioni

sull’avvenire di quello stesso paese,

residente nella mente

o esistente da sempre senza un indirizzo permanente.

Io la cerco, quella mia poesia, ma non la trovo.

Allora ispeziono dentro di me

e lì, sola, ti rivivo.

19. “Redento”

14 ottobre 2011

Sai, è difficile rimproverarti

qualcosa,

perché hai quella bontà

che ti si intravede negli occhi

che perdona

qualsiasi cosa.

Quella tua fotografia

la fisso, incessantemente.

Sono passate due ore, ormai,

e ancora non riesco

a toglierti gli occhi di dosso.

Hai l’espressione un po’ stanca, ma serena.

E’ la serenità della tua libertà,

spazio aperto della tua vita,

impenetrabile da questo schermo.

Sebbene le possibilità

ci consentano scambi,

la verità ha la faccia smarrita:

non ti sa rinvenire per davvero

senza un contatto di occhi.

Questa pagina, che di carta non è fatta,

crea l’illusione di un dialogo di sguardi.

E’ un lontano più vicino

di quanto sembra,

e tuttavia non ancora abbastanza.

Tu trascorri i pomeriggi,

suoni via le giornate.

E cosa sento io

se non rumori bianchi,

costanti supplementi della tua voce?

Dimmi, a chi dedichi le tue canzoni?

Chi inviti coi tuoi suoni?

Sono stata solo una passante

sulla sponda dei tuoi pensieri.

Solo un oggi che passerà ieri.

E lì, che mi hai dato la vita,

lì mi hai lasciata.

Impietrita come insetto nell’ambra

condannato a esistere per quello che era

senza poter divenire di sera in sera.

Ho reciso i passi di un albero che non crescerà,

ho posto la mia fine ad un’estate fa.

Lì mi sono arrestata, e non trovo riavvio.

Lì mi sento tornata e non ne trovo l’addio.

 


Stasera ti ho intravisto nel gelo della neve.

E come al solito, mi servo di tutti i miei sensi

per rivivere il tuo splendore speciale.

Ti sfioro la voce, ti gusto la pelle.

Ascolto il tuo sapore di compositore maledetto,

odo il tremore che mi palpita nel petto.

E’ raggelante la mia insistenza a questa ossessione.

E’ deprimente la pazienza della passione.

Che esplode al sol nominare il tuo nome,

ma attende incomprensibilmente una tua dichiarazione.

Nulla sa essere univoco quando si tratta di me:

sono costretta ad amare con odio,

sono condotta a respingere con amore.

E in questa lotta a chi è il primo a morire,

è il mio senno già debole che rischia di perire.

S’arranca saggio nelle parole delle amiche,

si violenta adagio in memorie antiche.

Ricordandomi di te, scordo di vivere per me.

Ancorandomi a te, ignoro di affogare a ogni “se”.

 

 

Mi ossessioni.

Queste lacrime taglienti parlano di te.

Mi scivolano dagli occhi sul viso

bruciando un solco sulla mia pelle,

troppo giovane per un tale dolore.

Il mio amore è soffocato da questo silenzio,

mentre io sogno il rumore

percuotere le mie membra

bisognose del tuo tocco.

Toccami l’anima con le dita,

colma la distanza infinita.

Scoprimi per quello che sono,

una folle assuefatta di te.

Ritrova i giorni dell’abbandono

e unisciti a vita a me.

Voglio stare vicino a te

quando ascolti per la prima volta una canzone.

Voglio spiarti silenziosa

mentre entri nella favola di quella prosa.

Vederti stupirti per una rima ricercata,

vederti ammutolirti per una realtà da pugnalata.

Soffrire con te se le note lasciano dolore,

sublimarmi in te se parlano d’amore.

Nuotare tra i tuoi pensieri appena nati,

sbocciati ispirati da quella creazione dei poeti.

Annotarli e cristallizzarli

su fini foglie d’oro,

come a dire che si meritano solo preziosi custodi,

loro.

Tu, che di certo parli la lingua dell’arte,

coltivi le meraviglie di cui io voglio essere parte.

E amo osservarti dare la vita

ai monumenti che ti descriveranno,

in un’anteprima fiorita

prima del finire dell’anno.

E se davvero ti guardo accovacciato

e rivolto verso me,

mi rendo conto che sto sognando

qualcosa che in verità

non c’è.

Che cosa c’è nella misteriosa voglia di farsi attraversare dentro?

La mia anima è tra le mie gambe: io la sento mentre piange la tua assenza.

Sono lacrime dense, queste rimembranze di desiderio inappagato.

Sono pulsioni che mi bagnano di un mare fragoroso e agitato,

bianco nella schiuma dei fluttui contro l’approdo della costa.

Inappetenti di te mai, le mie sponde dischiuse si sentono vuote.

Ciascun labbro del mio corpo s’illude nella fantasia della tua consistenza

la quale innamora la pelle a tal punto da non saperne diniegare la bontà.

E’ così che mi accaldo, pur priva dell’opera del tuo martellante vizio,

tanto rigido e intransigente come voluttuosamente lo ricordo.

E’ bello essere mia. Tu non ti meriti la morbidezza vellutata dei mie seni.

Turgidi, i miei capezzoli vorrebbero sfamare la tua bocca dalla forma di chimera,

mentre raccogli con un dito le verità che stanno in fondo alla mia stanza segreta.

Nella tua mano immaginata c’è la mia malinconia.

Tengo gli occhi chiusi, al riparo dai tuoi e dalla loro indecente stereofonia.

Memoria e libido si confondono l’una nell’altra

ritrovandosi nelle azioni del mio tocco di donna.

Spingo forte fino alla sorgente, versando umori d’estasi fallace.

Batte. Batte come un cuore che nutre la vita e che ne vuole sempre più.

Arrossata per le carezze nel mio scivoloso palmo consacrate,

l’anarchia del mio ventre si fa trasudante

e, digiuna di te, compensa la tua miserabile distanza

col nettare caldo delle sue cosce languide e disadorne.

Voglio ascoltare la musica insieme a te.

Sdraiarmi su un cuscino morbido vicino a te.

Seguire le parole nei tuoi occhi,

battere il ritmo nel tuo sguardo.

Nessuno mai mi legge lo sguardo.

Sai, nessuno mai.

Nel tuo si può pescare,

tuffarsi in un pozzo di profondità.

Dove si tocchi il fondale

è misteriosa incomprensibilità.

Voglio dirigere il tuo respiro intonato

nell’armonia che ci sovrasta,

e cantare con le occhiate sonore

della nostra comoda orchestra.

Facciamo un delizioso concerto,

io e te assieme.

Sublime

come il sublime inseparabile del cielo

che sdraiato sulla terra

la spoglia del suo velo.

E in un’eterna prima notte di nozze

ama la sua sposa non appena fa notte.

Così io suolo,

tu volta celeste,

sta’ sopra al mio cuore

nudo della sua veste.

Soffia intime passioni,

fa’ piovere di gioia

calde emozioni.

Bisbigliami all’orecchio

le tue mani avide di pensieri,

sfiora sulle mie gote

le parole dei cantautori.

Che almeno loro s’arrogano il diritto

di chiamarci

dolci amori”.

Predìco il passato insieme a te.

Pongo domande ai miei “perché?”.

Interrogo questioni che vengono da sé

rispondendo a responsi di chissà che.

Viziosi i circoli

che rettamente s’allineano

in file continue

spezzate da lati

che rigidamente s’incurvano.

In virtù del loro malcostume

virtuosamente non scordano il vizio,

e sulla faccia accipigliata di un tizio

notano ciechi la sua felicità.

Occhi slabbrati, dettagli generalizzati.

Cuori quadrati, singoli spaiati.

La via alla verità è assolutamente

relativa:

se scegli al bivio di proseguire diritto

avrai scelto relativamente

alla tua indecisa

assoluta caparbietà.

Chi si ferma è perduto

mentre avanza nella relatività,

e trova la certezza

nel dubbio di chi sa.

Lascia segni profondi

sulla superficie dell’acqua –

col morto a galla affondi

campando di superficialità.

Sguardo sboccato, perfetto non immacolato.

Vivido slavato, unico accoppiato.

Sei un astuto sprovveduto,

uno zoppo senza braccia.

Solo tentacoli ingannevoli

in una stretta

che mai m’abbraccia.

Mi disseto del liquido nero

della notte inoltrata,

mi avveleno di noi

e di quella notte mai passata.

Se conto i minuti

perdo il loro conto,

se conto gli attimi

non ne basta il momento.

Credo nell’eternità,

ma non della durata:

della profondità.

Non gioco alla poesia:

chi si contraddice è semplicemente

la realtà.


11. “Pazza”

27 settembre 2011

E’ facile innamorarsi di te.

Troppo facile per me.

Tu sei un incanto che vive di magia,

una musa lontana che ispira follia.

Ed io sono pazza di te,

pazza da legare.

Pazza come una matta che non sa ragionare.

Pazza tanto pazza da non volersi curare,

pazza di voglia di poterti amare.

Ed esplodo in urla di dolore,

ma la sofferenza non è abbastanza

per chiamare un dottore.

E così non mi do tregua

e impazzisco di te,

mi nutro della tua distanza

e ti bevo col caffè.

Perché tutto mi ricorda te,

anche le tazzine di plastica

da portarsi con sé.

Come quelle due che ti portai

l’ultimo giorno che ti incontrai;

entrai nella tua casa come un’amante desiderosa,

varcai la soglia come una bimba bisognosa.

E già ero pazza, pazza di dirti tutto.

Pazza di confidarti

il mio amore muto.

Ammiravo e fissavo il tuo sottile corpo

nello spazio,

pazzo anch’esso di volersi sazio.

E quella mano che su e giù andava

mi disegnava carezze

che la mia gamba accoglieva.

Le mie mani sul tuo volto

ti rendevano coperto:

non capivi che era un modo

per rivestirti d’affetto?

E quando in piedi ci ritrovammo,

io pazza non intesi cosa osammo,

addentrandomi sciagurata

nei vicoli ciechi della realtà.

Ti chiesi:

i miei occhi ti mancheranno?

Ma il tuo buio mi rispose senza inganno,

e la vista del silenzio

mi rese visibile ciò che udimmo.

Ti sedesti e prendesti quel caffè.

Mi sono dimenticata lo zucchero,

ma tu lo bevi amaro.

Proprio come te.

Arriva splendente di luna piena, questo 11 gennaio accorato.

Eri così pieno di cuore, quel giorno stesso in cui il tuo cuore si spense.

E il tuo ultimo battito deve essere stata una musica,

una poesia eterna di infinito addio.

Una traccia di te nell’oscurità dell’oblio,

una dimenticanza perenne dalla quale ti ha reso legittimamente indenne.

Leggo le note sublimi della tua speciale poesia,

le stesse note di cui certo si innamorò la tua malattia.

E fu per questo che te ne andasti lontano, via:

perché lei non poteva vivere senza la tua maestria.

Così ti sequestrò dalle quinte di questo mondo

e ti relegò su un palcoscenico verecondo,

vivente in dimensioni più grandiose

- tu chiamale a piacere paradisi o stanze sontuose.

Lì avrai da suonare il mandolino di un angelo

e la chitarra del Signore, che pregherà te di addolcire le sue ore.

E quando anche all’Onnipotente allevierai il malincuore,

allora anche sulla terra avrai taciuto un po’ di dolore,

emozionando la gente col tuo immortale soffio d’amore,

così delicatamente instillato nelle tue rime da verseggiatore.

Perché tu, nel fondo del fondo, non sei mai partito.

Perché tu, di cantare mai stanco, sei rinsavito,

da quando gli occhi umani vedevano i tuoi occhi di abissi toccare il fondo,

da quell’istante sei salito e trasalito nel profondo.

Nessuno sa come fai ad arrampicarti verso il basso,

a darci una spinta in su non guardando in alto,

ma dentro di te, in quel lungo pozzo che della tua anima contempla la forma,

come se togliendoti la vita la vedi subito che ritorna.

Dormiva il tuo cancro maledetto finché risvegliandosi

fermò il tuo petto, che ora rintocca nei campanili di stelle

come melodia di buone novelle.

Questa luce dal suono incantato, sfavillante quanto il tuo geniale creato,

eleverà gli spiriti dei tuoi innamorati e conforterà i disamori dei distaccati.

Pecco di scarsezza di giorni d’amore,

io che dell’amare te sono ancora all’albore,

ma la ricchezza di quanto ho scoperto

mi rende più ricca di momento in momento,

come se inaspettatamente ogni singolo strumento

si fosse fatto tutto d’un tratto concerto.

E mai mancherò d’esser grata al ragazzo

dagli occhi belli come i tuoi, lui, nunzio

di una meraviglia sconfinata, la quale lì lì mi ebbe come fulminata

e, senza quasi accorgermene, sulla tua via incamminata.

Una seduzione immediata fu quella che lui ebbe per te intermediata,

portavoce del tuo regno di buona malia,

messaggero della tua cantautorale fantasia.

E mentre Milano ricorda la neve, io ricordo te con questa lettera lieve,

che mai avrà la presunzione di aspirare

alla stessa tua assunzione alla Rosa dei beati cantori,

sui quali petali bianchi tu di gran lunga affiori.

Ogni tua canzone la tua immane grandezza decanta,

in ogni stagione, anche in quella dell’ossiacanta.

Ciao Fabrizio.

 

9. “Tutto e dappertutto”

25 settembre 2011

Tutto.

Tu sei il tutto.

E più provo a spezzarmi da te,

più a te mi unisco.

Ti rivedo dappertutto.

Ogni cenno della natura accenna di te,

e di certo non è per sua natura.

Sono io a contemplare la tua presenza

anche se non siamo

in presenza di te.

Son io a ossequiare estasiata

parallelismi

che per me sono invece

puri soggetti.

Colgo l’occasione per scorgerti ovunque,

e non mi perdo lo spettacolo di vederti sempre.

Nei titoli di coda

leggo il tuo nome,

nella neve che cade

il tuo stupore.

Nello struscio di pioggia

il tuo tocco sottile,

nel colore dei miei capelli

il tuo cognome.

E ogni ‘che’ è una metafora di te,

come una canzone di De André,

come una stazione che non c’è.

Perché treni e binari non si combinano bene

tanto quanto le parole

assieme ai suoni,

e il loro connubio sfreccia sopra le vie

doppie dei ricordi di stagioni,

e la memoria intreccia emozioni vissute

o mere suggestioni.

Ho tracciato una linea che dal viso conduce

alla tua bellezza:

ha direzione ovunque,

quantunque si miri

all’onnipresente purezza.

8. “Rime senza titolo”

19 settembre 2011

Amore amaro che d’amar non vuol pensar,

umore scuro nero notte da sognar,

edulcorar la pillola con idee nuove da pullular,

fin ad accender la lucciola, fragile torcia per illuminar.

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7.

18 settembre 2011

Il miracolo di questa neve rende questo momento eterno

per ogni fiocco bianco che attecchisce al terreno

o che si posa sulle foglioline del cespuglio

al di là di questa finestra, nel buio della notte più chiara che c’è.

Hai mai fatto caso al cielo quando ci soffia la neve?

E’ più lucente del solito. Forse è il colore del suo sorriso,

così tanto lieto. Guardo stupita al di là del vetro

la magia di un natale alle porte. E fiocco dopo fiocco

scarto il tuo regalo per me. Quel regalo che hai tenuto

solo per me, fatto di letti di prati morbidi,

di ricordi ovattati da melodie che ho dedicato all’incanto di noi,

di illusioni nel sogno avverate, come vederti passare di qua,

sul tappeto soffice di candore e gelo,

vicino alla finestra della sera divenuta notte,

accanto al lampione che disegna la cornice dello spettacolo,

con la sua luce raffreddata dall’inverno

e raccolta sotto una coperta di suggestioni e piccole albe.

Cambio canzone. Resto sola ad aspettare la neve di te,

che non verrà. No; lei non verrà, mio dolce Valentino.

Un passante passa, rapido scorre sul marciapiede.

Lui ritorna e io lo invidio che ha qualcuno a cui ritornare.

Non pensavo che le mie lacrime potessero avere

la stessa consistenza delle gocce di neve fatta pioggia.

Le vedo scorrere e piangere giù dalle foglie,

immobilizzate dalla malinconia del freddo che le riveste.

Un pezzo di me si specchia in quell’acqua triste,

e non riesco a dormire. Questo jazz mi accompagna il cuore.

Queste note mi cantano. Non mie le parole, ma loro,

seppur dentro di me, in fondo. Sono sola.

Come il fiato di questo strumento, come la vita di questo musicista.

Ma sento da lontano che si apre un portone…

Sarai forse tu e la tua chitarra, o più probabilmente

la sveglia di un sogno ad occhi svegli dal sonno.

Ammiro ancora la neve, e a ogni chicco di splendore

associo un rumore, un suono di tasto da pianoforte,

o una percussione leggera. Voglio dare un nome

a tutte le parti di te, così da comporti in musica

e restituire alla natura la tenera sorpresa

di averti come suo nuovo elemento.

 

Piano e sensuale la neve fiocca sul giardino,

velata della tela d’inverno che si trama da sola,

nello spazio bianco tra il cielo e la terra.

Abbracciabile sei tu, come questa canzone

chiama se stessa per ricordarsi di esserci.

Il mondo nel frattempo gioca a palle di neve:

i pini stanchi si liberano dal peso del candore

che li abbellisce, sputando dalle vette

fette di nevi appallottolate. E a guardarle

sembrano nuvole che s’addensano

sui rami invisibili di verde d’aghi.

E il mondo rigioca, alternando piccole stasi

a lunghe piogge di cedevolezze

 tonde come corone di maestà, o ghirigori di bambini.

Ma se dovessi perdere tutto questo

non saprei più come respirare la libertà che mi ispira

e mi aleggia tutt’attorno come spirale di vento caldo.

Allora perdo il tempo prezioso, che di certo

se ne infischia delle mie paure dell’abbandono.

Ma non mi pento di un solo istante,

fissato così dal mio sussurro di fiato

sopra il vetro attento della finestra di casa.

Non so se è il mondo che va avanti,

oppure io che resto ferma;

ma che importa spiegare l’inspiegabile

quando alla fine inizia sempre da capo

per non smetterla mai?

Mi concedo la vista di questo quadro vivo,

mentre mia sorella dorme e io non voglio svegliarla.

Non ho bisogno di nessun altro se non della fusione di me

dentro questo spettacolo di musica e visione.

Canzone è la scatola dove custodisco la mia vita,

nascosta sotto il letto dei sogni che faccio

nella sera dell’anima. Coinvolgimi in quello che sei

senza farmi attendere il tasto ‘play’. Avvicinati qui.

Ti sfamerò con questa neve che coprirà

la tua sete di meraviglia, e tu non chiederai altro

oltre un’altra bottiglia di questo veleno perfetto,

fatto della miscela di suoni e di ghiaccio,

fuso dal tepore di un camino di note, infiammate

dalle emozioni dei colti cantori per i poetici candori.

Lo sfiocchettare dei petali di neve

è ora in pausa di riflessione.

Ed io ancora non so perché tu non ci sei.

5. “Prima notte di neve”

14 settembre 2011

Dentro un bianco di porcellana,

dentro la custodia di questa mattina,

il cielo sui tetti dorme in sordina.

Riposa fuori orario,

riposa stanco mentre fuori fa giorno,

e senza preavviso si colora il ritorno.

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4. “Utopici apici”

14 settembre 2011

Col freddo che fa ho bisogno di un po’ di calore

e stanotte una tazza fumante non fa abbastanza tepore.

Stasera si va, si parte lontano.

Stasera si partirà per le strade invano.

Sentieri un po’ neri di scuro di vago:

pensieri non veri o non realizzabili.

Baciami la Vita, che col tempo si sfoglia,

tu muovi le dita da suonator di chitarra.

Movenze lente, movenze accurate

scuci il vestito di queste lunghe giornate.

Entra la notte, color luna piena,

disegnami brividi giù per la schiena.

Penetra i ricci che ho sulla testa,

affonda le mani come nave in tempesta.

Sfioriamoci assieme, uniamoci a fondo,

vivere fa bene e stai sorridendo.

La ragione è volata, non ha posto sul mondo,

non sono orientata, e sto trasalendo.

Un non luogo mi accoglie, utopici apici.

Voglio esser tua moglie o semplici baci.

E minuti di ore ed ore, secondi infiniti.

E spinte di gioia e dolore, bene assortiti.

E non lasciarmi la mano quando tutto è finito,

e non lasciarmi sola come solo è il segreto.

Ma ora non uscire perché fuori non è sicuro,

io sono dimora e tu ospite puro.

E d’accordo che sono io casa ad aver più paura,

e va bene che sei tu abitante a tenermi all’oscuro

da eventuali scomparse, dissertazioni da vile,

da proverbiali sentenze che danno l’uomo immaturo.

Dondola e oscilla sulla mia altalena,

una goccia ti brilla in mezzo alla schiena.

E poi pupille che mordono i sensi

delle papille che ispirano i sessi.

Tamburo percuoti, chitarra arpeggia,

maracas scuoti, contrabbasso troneggia.

E suonami ovunque tu mi possa suonare,

e suonami pure dove non puoi toccare.

Delicato il sorriso che mi spalanca la bocca

ebbro del paradiso a cui il mio viso si attacca.

E spacca barriere di ferro, spacca e sai cosa vede:

una vergine concupiscente che non si ravvede.

Avanti e indietro è la strada,

avanti, ma non puoi più tornare.

Con le parole fare l’amore,

con le parole lasciami fare.

(titolo da “Hotel Supramonte”- F. De André)

Idiota, come una donna innamorata.

Ferita, come una macchina ammaccata.

Condannata, da un criminale giudicata,

da una vecchia disegnata, da una bimba consigliata.

Sparita, come aria mai veduta.

Sentita, come aria soffiata.

Corrosa, una poesia quale prosa.

Corposa, una montagna come sposa.

Sognata, una realtà mai avverata.

Sperata, ma di verde mai vestita.

Spogliata, una foglia già caduta, una quercia caducata,

una mela già mangiata, una primizia già scaduta.

Una cravatta allentata, una stella un po’ caduta,

una bocca mai baciata, libera incatenata,

rea pregiudicata, ladra incensurata.

Cantata, ha una voce un poco muta.

Costosa, una offerta dispendiosa,

una vergine maliziosa, una puttana timorosa.

Curiosa, una sorpresa già scartata.

Stonata, una nota già azzeccata.

Picchiata, una pelle deturpata.

Uccisa, sopravvissuta un po’ derisa.

Elogiata, una Venere imbruttita,

una magra appesantita, una musa non gradita.

Delusa, per quella musa non si ha scusa.

Essiccata, una passione consumata.

Passata, una giovane invecchiata, una pagina ingiallita,

una stoffa rattrappita, una festa un po’ finita.

Sfumata, come tinta scolorita.

Simboleggiata, una santa scomunicata.

Spettinata, una riccia ordinata.

E poi amata, quale estrosa un po’ normale, mediocrità originale,

una notizia da giornale, un artificio naturale.

Compostezza un po’ volgare, un peccato quel finale,

un principio terminale, conservatore sentimentale.

Doppia, una eterna finta coppia.

Unilaterale, quell’amore è surreale.

Lontano, come l’uomo e la sua mano.

Distante, il cuor di lui è latitante. E la sua mente,

non ti lascia indifferente, poetessa tu del niente,

cantore lui suadente, vincitrice già perdente.

E io t’amo… io son fiore e tu sei ramo.

Silente, in un gemito impaziente.

Perdono, non emetterò quel suono.

‘Fa niente’, la tua anima strafottente.

Ancor sola, non mi consola una parola.

Attesa, per una mai prevista ascesa.

Sospesa, in realtà immaginata, tra una mappa e una cascata,

didascalia comprovata, indicazione sperimentata.

Usata, quella mappa l’hai stracciata.

Poi fuori, sono sulla staccionata, la tua auto hai accesa,

e lì sola m’hai lasciata, dispersa indifesa.

Teoria accertata, una donna mai amata è una donna abbandonata.

E se mi hai mal considerata, non mi hai mai capita.

- un appunto.

13 settembre 2011

Essendo questi i primi post, urge immediata una spiegazione – probabilmente più per mettermi in pace con me stessa che con gli eventuali lettori (che non ho).

Non riesco a sacrificare (quasi) nessuna poesia. Poesia dopo poesia, il loro stile cambia. Nel contenuto e nella forma. Basta attendere.

(titolo da “Romeo and Juliet” – Dire Straits)

 

A volte mi chiedo se tra le rime di una poesia d’amore

possa esserci verità.

Me lo chiedo e richiedo, ma poi, in fondo, chissà.

Con te vorrei aprirmi, parlare in libertà,

ma non riesco a trovare una frase più onesta di “ti amo”,

perciò cambierò tono e bandirò l’onestà.

Ti racconterò della luna, dei raggi che non ha.

Ti porterò nel mio cuore e nel cuore della città.

Non proferirò parola alcuna su come tu sia la mia metà.

Accenderò una sola candela e resterò a bruciare, qua.

Senza vincoli in vicoli di paesini di pietra,

scolpiti dentro la memoria soffici come la seta.

E apparizioni virtuali, virtuose sobrietà,

o accessori minimali di ricordi e castità.

Non son degna di iniziare tra le corde della tua chitarra;

non son degna di finire sulle ali di una farfalla,

che danzerebbe sui tuoi capelli cantandoti da sorella:

“Non lasciartela sfuggire, è lei la tua anima gemella”.

1.

13 settembre 2011

Avrei voluto scrivere in altri giorni.

Avrei voluto ricordare di essere stata felice.

Mi facevo domande, ma riuscivo a dominarle.

Non sapere era quasi seducente.

Non capire, un gioco d’amore e di istanti.

Ora, invece, l’incertezza mi scava grossi solchi nella testa

e me li riempie di se stessa.

Nei miei pensieri, solo lui. Nelle parole, solo lui.

Nelle canzoni, solo lui. Nei ricordi, solo lui.

Vorrei essere ancora in grado di disgiungere pensieri e sogni,

perché è da quando sono tornata

che non smettono di tormentarmi.

Ho pensato di poter vivere senza accorgermi del domani,

ma in fondo non ne sono capace.

Ho preso ciò che mi è stato offerto, più che potevo,

per non dover poi rimproverare me stessa di non aver osato.

Ma ora ne ho ancora bisogno. Tanto.

E invece mi ritrovo sola, di nuovo,

sospirando i suoi baci, le sue note, la sua voce.

Torna da me, se mai sei stato con me.

L’amore non corrisposto vive di sé. Si auto-alimenta e si auto-flagella. L’oggetto d’amore non ha colpa alcuna – se non quella di non saperci sottrarre alla sua meraviglia. Una meraviglia tale da meritare di essere vissuta a ogni costo. A ogni costo. Parole e pensieri è allora tutto ciò che ci resta. Poiché la passione, invece, non conosce controllo.

Questa è una storia. Una storia in versi.

Ogni poesia è un capitolo di vita, e ogni dettaglio un tassello verso un nuovo sviluppo.